Porro, dopo quattro anni  «Ho sbagliato e ho pagato»
pietro porro

Porro, dopo quattro anni

«Ho sbagliato e ho pagato»

«Ho il rammarico di essere stato trattato come uno che si è intascato del danaro, e invece il danaro lo ha messo. E anche tanto»

Non ha più parlato da quei giorni del 2016. Da quando il suo Como fallì, per colpa di una strategia ardita, sua e dei suoi soci Foti e Bruni, sul centro di Orsenigo traslato dalla società alla S3C che controllava la società. Pietro Porro si è dissolto nel vento, dopo (anche) sei mesi agli arresti domiciliari nel 2018 che lo hanno minato nell’anima e nel fisico.

Adesso che ha pagato quello che doveva pagare adesso che ne è uscito e ha potuto tornare ad occuparsi della sua azienda di trasporti, gli sono rimasti un paio di segni esteriori di quella vicenda: i capelli tendenti al bianco e un sorriso amaro quando si parla del Como. Le ferite nell’anima non si possono vedere, ma si possono intuire.

Così ecco che, quattro anni dopo, l’ex presidente del Como accetta di fare una chiacchierata davanti a un caffè. Il presidente che aveva impostato la sua società sulla scia di quella che aveva visto protagonista il padre Clemente negli Anni Ottanta, su Orsenigo (già, la buccia di banana Orsenigo), sul settore giovanile e sugli eredi del sistema Favini (Centi, Massola ecc.), che aveva sfidato (ahilui) la maledizione dei comaschi alla guida del Como, e che era riuscito a riportare il Como in serie B in tre anni, sparito nel nulla sotto il peso di un pasticcio che oggi riconosce esse stato una drammatica leggerezza. Assecondando la sua riservatezza sulla vicenda (i giudici hanno fatto il loro corso, lui ha patteggiato), abbiamo comunque sfruttato l’occasione concessaci di fare quattro chiacchiere con lui.

Come va?

«Ora bene. Quella vicenda è alle spalle. Certo resterà impressa nella mia mente per sempre. Ma devo, anzi voglio, guardare avanti. Alla mia azienda, alla mia famiglia».

Cosa diciamo di quella vicenda?

«Ho poco da dire. Anzi, due cose: che ho pagato. E che ho il rammarico di essere stato trattato come uno che si è intascato del danaro, e invece il danaro lo ha messo. E anche tanto».

Senza quella strategia su Orsenigo, non sarebbe accaduto...

«Non voglio scendere in particolari. Diciamo che almeno una cosa positiva c’è: se questa vicenda non mi avesse fermato, io da solo non ce l’avrei fatta. Il calcio di ipnotizza, non mi ero reso conto che viaggiavamo a una velocità superiore alle nostre possibilità. Anche perché a un certo punto i soldi ho cominciato a metterli solo io...

Chissà, forse mi sarei rovinato».

Sei mesi di arresti domiciliari.

«Pesanti. Soprattutto a livello mentale. Non potevo fare nulla se non rimuginare continuamente su quello che era accaduto. Leggere le carte degli avvocati, studiare testi di legge. Brutto».

Ma perché non ha venduto all’americano Piazza, che si era fatto avanti un anno prima del fallimento?

«Bella domanda. me lo chiedo anche io. Avrei dovuto. Ma eravamo appena andati in B, c’era entusiasmo. E poi eravamo tre soci. E quando a uno venivano i dubbi, gli altri due tiravano».

La serie B è stata un bel colpo, dopo tre anni.

«Sì, un bel colpo... di fortuna. Nel senso che se rigiochiamo dieci volte quelle finali, dura pensare che le avremmo rivinte. Ci è andata bene. Il nostro merito fu allestire una squadra che riuscì a giocarsela sino in fondo, che era al posto giusto per incassare la fortuna. Però devo dire un’altra cosa».

Quale?

«Che così come forse non meritavamo di andare in B, l’anno dopo non avremmo meritato quel calvario di campionato. Leggete i nomi del centrocampo: Bessa, Barella, Basha. Il portiere dell’Under 21 in porta, Ganz illuminato davanti... Avevamo costruito una squadra che si sarebbe dovuta salvare, altroché».

Invece sbagliaste gli allenatori.

«Mah, Sabatini si era meritato la conferma con la promozione. Anche se il suo merito l’anno prima fu soprattutto psicologico nel liberare la testa dei giocatori. Festa ce lo consigliò Matteoli. Con Cuoghi provammo la carta di uno estroso che poteva azzeccare la magìa. Con un allenatore d’esperienza della categoria sarebbe andata meglio».

Con i tifosi fu amore e odio.

«Non li difesi quando fecero a cazzotti a Monza. E lì si creò un po’ una frattura. Ma la gente in generale non ci fu un brutto rapporto. Si capiva che le intenzioni erano buone».

Perché vi faceste scappare Ganz a parametro zero? Visto quello che è successo dopo, quei soldi forse avrebbero evitato il tracollo...

«In parte è colpa mia, in parte degli eventi. Nell’estate della B frenai io perché mi feci convincere che ci sarebbe stato tempo dopo, che triplicargli il contratto sarebbe stato frenare la fame del ragazzo».

Glielo consigliò Dolci?

«No, Dolci spingeva per il contratto. Discorsi che si facevano. Poi a un certo punto intavolammo un discorso con la Juve, che ce lo avrebbe comprato, ma io avrei dovuto acquistare tre giocatori loro e mi sarebbe costato più di quanto avrei guadagnato. Tutto si complicò».

Ganz è tornato al Como.

«Ma mi pare che non è più stato lo stesso. Forse gli manco io (ride, ndr). Questo fa capire come il calcio sia sempre una incognita».

Ha letto le vicende degli ultimi anni? Dopo di lei?

«No. Ho evitato per anni di leggere le cose inerenti al Como. Mi faceva troppo male, ho resettato tutto».

Ok, ma la C dopo il fallimento è stata fatta anche con i soldi che avevate lasciato lì. Si sarà chiesto come andava...

«Sapevo che c’era un pezzo di “mio” Como, Foresti, Gallo... Ma non volevo sapere nulla».

Lady Essien?

«Idem. Boh... Mi hanno raccontato, mi hanno detto che dietro c’era Moggi ma solo come consigliere. È stato un errore di valutazione della signora. Credo eh».

Sa chi c’è adesso?

«Poco. Più che altro so che vogliono fare lo stadio».

Come volevate fare voi.

«Allora volete sapere come la penso. Imposibile. I-m-p-o-s-s-i-b-i-l-e».

Perché?

«Primo: economicamente poco sostenibile. E poi l’albergo dentro, cui avevamo pensato anche noi, come fai a chiuderlo proprio la domenica? Perché a noi ci facevano mettere le barriere anche se giocavamo a briscola io e lei. Dunque impensabile accedere la domenica. Secondo: troppi interessi in quell’area, troppi poteri forti, ognuno vuole dire la sua, l’areoclub è un ostacolo... Non ci credo. Spero di sbagliarmi».


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