«Talenti, ritorni e brave persone  Questa Cantù mi piace»
Il direttore generale della Pallacanestro Cantù Daniele Della Fiori

«Talenti, ritorni e brave persone

Questa Cantù mi piace»

Intervista con Daniele Della Fiori, general manager della Pallacanestro Cantù.

Cantù, la tradizione continua: chi gioca a Cantù, il più delle volte l’anno seguente si ritrova a giocare per traguardi importanti in altre squadre. Cantù, per il momento, è questa. Ma l’obiettivo, in futuro, sarà cominciare provare a trattenere i giocatori più importanti e le scommesse vinte. E Cantù, anche quest’anno, di scommesse ne ha fatte con il suo general manager Daniele Della Fiori, uomo mercato del club. Provando però a non giocare troppo col fuoco.

Della Fiori, è soddisfatto del mercato della Pallacanestro Cantù? Insomma, le piace le squadra?

Se dicessi che non mi piace, sarebbe un autogol. In attesa del campo, posso dire che abbiamo provato a fare del nostro meglio. Abbiamo messo un po’ di atletismo, giovani, gambe fresche ed esperienza, un po’ di QI, intelligenza cestistica e leadership. Non mancano le scommesse, che speriamo di vincere.

Quali sono state le linee-guida del mercato?

Il budget è il primo paletto: il nostro è contenuto, ma non piangiamo, perché questa al momento è la nostra realtà. Rispetto all’anno scorso abbiamo puntato su cavalli di ritorno, con un concetto chiaro: se la scorsa stagione con le scommesse ci è andata di lusso, vedi i casi Hayes e Burnell, non volevamo sfidare ancora troppo la sorte. E così, non appena si sono crete due occasioni, abbiamo convinto Leunen e Smith, due giocatori di grande esperienza, che ci facciano da guida.

Non mancano però segnali di stabilità, come testimonia la conferma di Pecchia. È stata dura trattenerlo?

Non è stato così difficile, perché si partiva da una base di rispetto e gradimento reciproci. È giusto che si sia preso qualche giorno per esplorare il mercato, perché è ambizioso. Alla fine ha deciso di restare con noi e ne siamo felici.

Un quadriennale – e a Cantù non se ne vedevano da anni – per Procida: che segnale è?

Rispettiamo la nostra storia, perché lanciamo in prima squadra un ragazzo delle giovanili. Sono sicuro che sarà un’operazione vincente.

Che aspettative avete su di lui?

Puntiamo molto su Procida, un ragazzo di prospettiva ma pronto per la serie A. Non bisogna bruciarlo: in Italia non siamo bravi a lanciare i giovani, ma è pure giusto non chiedergli più di quello che può dare. Ha bisogna di fare un percorso di crescita, deve mettere esperienza e malizia: può diventare un grande giocatore.

Oltre ai rookie americani, Cantù ha pescato come un anno fa in A2 con Bayehe. Che giocatore è?

Trovare giocatori in A2, con il nostro budget, è necessario. È un bel centro atipico e moderno, con ottima mobilità, che ogni anno aggiunge qualcosa a livello tecnico.

Chiudendo con gli italiani, un altro segnale di continuità è stata la conferma di La Torre.

Ha dimostrato grande attaccamento alla maglia, spirito di sacrificio, inoltre sa interpretare bene più ruoli. Uno duttile come lui fa sempre comodo.

Quattro confermati, ma tutti gli americani hanno scelto altri lidi dopo essersi messi in luce a Cantù. Dispiace o fa piacere?

Non mi dà né fastidio, né mi piace perché sappiamo qual è la nostra realtà. Per tanto tempo Cantù è stata un serbatoio di giocatori che si sono messi in mostra per poi ambire a sistemazioni migliori. Diciamo che c’è contentezza perché abbiamo dimostrato che Cantù è un posto credibile per i giocatori, unito a dispiacere per la partenza. Più che a me, questo viavai porta “reputazione” al club.

Con Pancotto c’è la solita sintonia?

Su tutto, perché la squadra l’abbiamo fatta insieme. C’è un confronto quotidiano. Mi ha chiesto prima di tutto brave persone, poi abbiamo fatto tutti i ragionamenti del caso sui giocatori. Sono felice di poter lavorare ancora con lui.

Cantù è ripartita, in maniera anomala, in una struttura sanitaria per i tamponi. Sensazioni?

È una ripartenza anomala, ci sono aspetti che stiamo affrontando per la prima volta. Però ci si adegua, gli italiani si stanno allenando, gli americani da Ferragosto se non cambiano le cose. A livello atletico, sicuramente ci sarà una disomogeneità, che dovremo colmare.

Quasi impossibile organizzare amichevoli, il vero precampionato di Cantù sarà la Supercoppa. Le piace questa formula rinnovata?

Sì, è accattivante. Probabilmente non saremo al top, dopo sei mesi fermi e con poco più di dieci giorni di allenamento insieme. Non ci dovrà essere ansia da prestazione, dovremo viverla come un momento per crescere, migliorare e, in generale, per far parlare di basket: ne abbiamo bisogno. Onestamente, non so che partite potranno essere, ma è un segnale di ripartenza, che andava fatto.

Altro tema scottante, a partire dalla Supercoppa, saranno le porte chiuse. Qual è la vostra posizione?

Ci sono proposte al vaglio del comitato tecnico scientifico, ma la soluzione non può arrivare dal mondo del basket. Si spera di ripartire, almeno con un’apertura parziale, per la prima di campionato, perché le società ne hanno bisogno. Non solo per gli introiti dalla vendita dei biglietti, ma anche per essere attraenti per i nostri sponsor.

Cantù si è fatta sentire in Lega su questo tema?

Noi cerchiamo di affrontare tutto senza polemica e di essere propositivi. Non saremmo contenti se si ripartisse senza pubblico, ma facendo parte di un movimento, faremo quadrato. Ma voglio essere fiducioso, spero che a fine settembre potremmo riabbracciare almeno una parte dei nostri tifosi.

Come giudica il mercato delle altre squadre?

Il livello si è alzato, tutte hanno messo a segno uno-due colpi importanti. Prevedo grande equilibrio dietro le prime quattro. Sono felice che il campionato sia a 16, a 14 diminuiscono l’interesse e il bacino d’utenza.

Da Aldo a Roberto Allievi, da Ciccio a Daniele Della Fiori: la famiglia Allievi quanto è importante per i Della Fiori?

Vorrei fare un saluto affettuoso a Marson, che si è speso in prima persona con entusiasmo, svolgendo un lavoro importante. Quanto agli Allievi, il signor Aldo quando giocavo nelle giovanili di Cantù veniva a vedere le nostre partite. È stato il presidente di mio padre negli anni della grande Cantù. Normale che sia una persona a cui siamo affezionati. In questa nomina di Roberto a presidente c’è del romanticismo, ma è altrettanto vero che c’è anche la nomina di una persona di spessore. Lui è garanzia di credibilità, sarà un equilibratore per tutti i soggetti coinvolti. Porterà consigli ed esperienza, cosa che non guasta mai.


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