Lunedì 24 Maggio 2010

Santoro, la Rai e la televisione senza stelle

Capisco l'amarezza per la chiusura di una trasmissione che gli cara come Annozero e capisco anche che in questi anni ha dovuto sostenere battaglie non da poco con la sua azienda, la Rai. Però mi sembra che l'atteggiamento scelto da Santoro, una specie di uno contro tutti, alla fine non risulti positivo neppure per la causa che egli ha sempre sostenuto. L'ho sentito nel suo intervento di apertura della trasmissione dell'altra sera prendersela a detsra e a sinistra, con la Rai e fuori della Rai. Non ho capito che cosa in sostanza egli desiderasse: rimanere oppure andarsene?

Gino Canali

Santoro è fatto così, prendere o lasciare. E difatti  l'ha detto con genuina alterigia nel suo discorso alla nazione: prendere o lasciare. Cioè: o si crede nella sua professionalità, nel suo spessore etico, nella sua funzione civile, nella sua capacità di mobilitare un largo (larghissimo) pubblico e dunque gli vien lasciata mano libera nel programmare e dirigere; oppure è meglio tagliare il cordone, evitando situazioni di costante guerriglia quando va male, di strisciante imbarazzo quando va bene. Santoro è un ottimo giornalista, e anche uno stregonesco (stregonesco è detto in senso positivo: capace d'ammaliare l'uditorio) intrattenitore. Però è anche uno che si schiera, sceglie una parte, interpreta con passione e astuzia il ruolo di difensore della fede. Della fede che in quel momento egli ritiene sia da difendere. Essendo tutto ciò chiaro, non ci si può meravigliare degli effetti d'una causa così nota. Ci si può, questo sì, meravigliare che a un Santoro (dico “un” Santoro perché ce ne sono altri di Santoro, meno bravi e però non meno partigiani, pur se su diverso fronte) venga affidato un incarico cruciale nella televisione pubblica. Che nel settore dell'informazione non ha bisogno né di stelle né di demiurghi né d'altro che non sia semplicemente qualcuno in grado di fare con diligenza, umiltà, rigore il proprio lavoro. La Rai -che spesso e non a torto bistrattiamo- è inzuppata di raccomandati e incapaci, ma conta anche su un rilevante numero di buoni giornalisti. Ed a costoro la Rai dovrebbe rivolgersi per ciascuno dei suoi programmi d'approfondimento, d'inchiesta, di discussione, eccetera. Senza rimanere disperatamente attaccata a qualche nome, sia pure riverito e incensato, al punto da proporgli -quando lascia l'azienda- un sontuoso contratto di collaborazione. Se la Rai facesse così, risparmierebbe soldi e tormentoni. Ed eviterebbe il dileggio popolare (lo scherzoso, si capisce, dileggio popolare) sull'autoavvicendamento tra un San Toro e un Sant'Oro.

Max Lodi

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