Venerdì 25 Giugno 2010

Il caso Brancher e un federalismo più «romano»


Sono davvero stupito. Il giorno prima il Consiglio dei ministri decide di nominare un nuovo responsabile per l'attuazione del federalismo e approva la designazione di Aldo Brancher del Pdl. Devo ritenere che questa nomina sia stata fatta con l'approvazione unanime del governo. Ma il giorno dopo Umberto Bossi a Pontida dichiara che il ministro del federalismo è lui, e che il federalismo lo sta portando in Italia lui assieme a Calderoli. E allora Brancher che cosa è stato nominato a fare? Questo non ce l'ha spiegato nessuno, né il Consiglio dei ministri né Bossi.

Piero Piccoli

Non ce l'hanno spiegato perché non c'è nulla da spiegare. Nel senso che non esisteva affatto il bisogno di nominare un nuovo ministro. O, se esisteva, si trattava e si tratta d'un bisogno che col federalismo non ha niente a che fare. Brancher meritava (o esigeva) l'attribuzione di questa qualifica per i suoi meriti o per i suoi problemi? È stato fatto ministro Brancher. E tanti saluti agli alti discorsi sulla riduzione dell'apparato politico, sulla snellezza delle istituzioni, sul contenimento dei costi, sulla guerra agli sprechi. Eccetera. Se, come dice Bossi, il ministro del federalismo è lui (e ha ragione: nessuno dubita che sia lui), per quale motivo ne dobbiamo pagare un altro? Il Senatùr ha cercato di salvarsi in angolo spiegando che, nella realtà, Brancher dovrà occuparsi del decentramento e non del federalismo. Una scusa imbarazzata e imbarazzante, e i primi a non vederci chiaro nell'operazione sono proprio gli elettori leghisti. Anche perché, amico sì o amico no, Brancher è un berlusconiano, non un bossiano. Ed è difficile comprendere che cosa abbia consigliato d'affidare a uno del Pdl il ruolo che dev'essere, per le ragioni storiche a ciascuno evidenti, di uno della Lega. È inutile minacciare a parole, per l'ennesima volta, la secessione da Roma e poi accettare nei fatti la cessione d'una quota di sovranità politica all'interno dell'esecutivo. È inutile e controproducente. Sono proprio e solo i fatti a interessare al popolo che vota la Lega. E i fatti inducono a dubitare sulla effettiva realizzazione del federalismo, adesso che la situazione economica ha preso la conosciuta bruttissima piega. La Lega può demonizzare fin che vuole Formigoni, però Formigoni fa semplice esercizio di realismo quando mette in guardia sul pericolo che l'intero impianto di devoluzione del potere nelle periferie corre il rischio di saltare. Non è un alleato improvvisamente divenuto infedele, è un amico che allerta a non farsi trovare improvvisamente inadeguati di fronte all'emergenza.

Max Lodi

© riproduzione riservata

Tags