Giovedì 02 Settembre 2010

La sfida di Marchionne va raccolta

E' vero, da un punto di vista giuridico, che la Fiat applica in modo sbagliato la sentenza di reintegro dei 3 operai licenziati a Melfi. Stabilito questo, le cose dette da Marchionne devono far riflettere. L'A.d. della Fiat sostiene che una parte del sindacato italiano è tuttora ancorata al conflitto dicotomico del '900 tra classe borghese e proletariato.
 Temo che su questo punto Marchionne abbia alcune ragioni. Il sindacato, ma specificamente la Cgil, svolge da 40 anni una politica interamente centrata sui diritti dei lavoratori. E' innegabile che, soprattutto agli inizi, l'espansione dei diritti dei lavoratori, che grazie al Sindacato si è realizzata, abbia cambiato la società di questo Paese. Ha dato dignità e sicurezze a chi lavora e limitato le prepotenze. In tutti questi anni, però, non è mai stato proposto un dibattito sui "doveri" né sugli interessi comuni che legano i lavoratori all'azienda presso cui sono occupati. Ciò è vero tanto per il mondo del lavoro privato quanto per la pubblica amministrazione.
Il fatto è che la politica di tutela dei diritti dei lavoratori è stata quasi sempre concepita in chiave di conquiste strappate alla "controparte padronale", in una visione, appunto, fondata sul conflitto. E' spesso mancata, in Italia, una visione capace di legare i diritti dei lavoratori al miglioramento non solo delle loro condizioni di lavoro ma anche dei risultati dell'impresa. In altre parole, capace di collegare i diritti dei lavoratori all'economia di mercato, per quanto riguarda i rapporti di lavoro privato, e al senso dello Stato per quelli pubblici.
In Italia la democrazia d'impresa - oggetto solo di dibattito teorico e mai di iniziative concrete -  è sempre stata letta dalla Cgil in chiave conflittuale, come strumento di lotta finalizzato a trasferire potere dalla classe imprenditoriale verso quella operaia. Non è mai affiorata l'idea che la democrazia economica potesse costituire, come la mitbestimmung  in Germania, un terreno collaborativo che associasse i lavoratori alla gestione dell'impresa, allo scopo di raggiungere risultati migliori per l'impresa stessa.
Per fortuna la cultura del sindacato, Cgil compresa, non è univoca ma si differenzia, tanto o poco, a seconda dei settori industriali, della dimensione dell'azienda e del territorio su cui si opera. Per questo sembra difficile capire perché, ad esempio, a Pomigliano la Cgil rifiuta un'organizzazione del lavoro basata su 18 turni, mentre da 30 anni funziona alla Saati di Appiano Gentile uno schema a 28 turni, approvato a suo tempo da tutti i sindacati. La sfida di Marchionne va quindi raccolta, è fondamentale farlo se vorremo mantenere la media e la grande industria in Italia.

Roberto Cattaneo

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