Lunedì 01 Giugno 2009

Viviamo in mezzo ai morti, fra cinismo e indifferenza

Viviamo in mezzo ai morti. Morti che camminano in mezzo a noi. Fra le ombre, mi verrebbe da dire. Morti che ci guardano negli occhi senza vederci. Morti viventi. Anzi, corpi freddi. Solo questo, figure né vive né trapassate. Vuoti a perdere. No, peggio: vuoti già persi. E da un pezzo, anche, perché senz’anima. Urbino, lunedì 11 maggio, palazzo Ducale: un pensionato di 78 anni cade a terra, stroncato da un infarto, mentre è in fila per la mostra dedicata a Raffaello. La salma, subito coperta da un lenzuolo, viene fotografata dai turisti in coda per l’esposizione. Un souvenir da portarsi a casa, da mostrare ai parenti e agli amici. Già morti come il loro trofeo di carta patinata. Sanremo, venerdì 8 maggio, via Corradi civico 20: un panettiere di 47 anni cade sulle scale del proprio condominio, colpito da un’ischemia. Picchia la nuca ed entra in coma. Dopo due giorni di tormento, muore in ospedale. I vicini di casa pensavano dormisse, così hanno preferito scavalcarlo e andarsene in ufficio. Con le suole sporche di sangue, come appurato dai carabinieri, ma quando si è di fretta sono cose che possono capitare, no? Dopo 12 ore sui gradini di marmo, qualcuno pensa sia meglio avvisare il 118. Peccato sia tardi. Anche per loro, però. Solo due storie qualunque, niente di più. Solo altre due storie di morti fra i morti, niente di più.

Paolo Franchini

Non si scopre (tragicamente) nulla di nuovo, caro amico, constatando lo smarrirsi del senso d’umanità. Direi di più: del senso della poesia, intesa come ciò che ingentilisce gli animi. Il cinismo d’una notizia ci scivola di dosso perché ormai sembra non esservi notizia priva di cinismo. Oscar Wilde definiva cinico chi sa il prezzo d’ogni cosa e non conosce il valore di nessuna. La categoria annovera una moltitudine d’affiliati anche ai giorni nostri, non prevedendo confini di tempo e d’età. Come Wilde, non sbagliava Lenin ad affermare, autogiustificandosi, che il cinismo è nelle cose, e non c’è cosa peggiore che meravigliarsi di esse. Possiamo sperare in un mondo migliore? Possiamo. Ma, onestamente, senza crederci troppo. Anni fa un giornalista americano descrisse il cinico come colui che, sentendo profumo di fiori, si guarda attorno in cerca d’una bara. A me pare che ci ospiti un’epoca ove un funerale va di seguito all’altro, e che il profumo dei fiori sfugge all’olfatto. Per dirottar l’attenzione dal bene al male, dalla vita alla morte, dai fiori dei campi a quelli delle bare, non serve allertare i sensi: sono già avvisati, e si comportano di conseguenza.

Max Lodi

p.marengo

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