Lunedì 01 Dicembre 2008

Il caso Villari e la brutta legge dei «partiti»

Vedo che dopo gli strepiti della prima ora, il silenzio sta calando sulla vicenda del nuovo presidente della commissione di vigilanza della Rai. Forse i partiti stanno meditando sulle maniere più adatte per convincere il reprobo a dimettersi e dare via libera al candidato convenuto tra tra destra e sinistra: forse si tratterà di un incarico altrettanto prestigioso e comunque in qualche modo remunerativo di una rinuncia che per Riccardo Villari sarà naturalmente dolorosa. Mi domando se la tenacia dell’uomo, che fa politica da molto tempo, non fosse nota a chi lo ha scelto come esca per un posto che alla fine non sarebbe dovuto essere suo. E mi domando se, tutto sommato, non ha ragione lui a resistere: non ha fatto nulla di male, per quale motivo dovrebbe andarsene?

Giorgio Morelli

Il motivo l’hanno spiegato a Villari, con serena ignoranza del pudore, il presidente del Senato Schifani e quello della Camera Fini: i superiori interessi della Repubblica fondata sui partiti. Ed è questo, più di altri, l’aspetto peggiore della storiaccia: cioè che la seconda e la terza carica dello Stato spronino una persona investita d’un ruolo istituzionale secondo corrette procedure giuridiche a dimettersi dall’incarico a causa di sopravvenuti accordi politici. Sarebbe curioso osservare le reazioni di Schifani e Fini se, per fantasticante ipotesi, Pdl e Pd stipulassero un accordo in nome dell’emergenza socioeconomica, varassero un governo di larghe intese benedetto dal capo dello Stato, valutassero l’opportunità - alla luce del clamoroso evento - d’annullare e redistribuire alcune nomine, e chiedessero infine ai citati Fini e Schifani di tirarsi da parte in omaggio alla svolta politica.
Credo che i due insorgerebbero denunciando l’attentato all’intoccabilità del rispettivo e prestigioso incarico, assegnatogli dal Parlamento e non dai partiti. E avrebbero ragione di denunciarlo, come oggi ha ragione di farlo Villari, un ex democristiano che ignora il significato generico della parola dimissioni, e figuriamoci quello specifico relativamente al suo caso. Il resto, ovvero i giudizi morali, ha scarsa importanza quando si valuta nel merito degli atti politici, che - salvo eccezioni - altro non sono se non lotta di potere senz’esclusione di colpi. Villari non è né migliore né peggiore di gran parte del “milieu” partitico: agisce secondo la logica della convenienza. In tutto questo spiace solo che un galantuomo come Zavoli, designato a prendere il posto del riottoso e resosi disponibile a metterci la faccia, rischi purtroppo di rimettercela.

Max Lodi

p.marengo

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