I nonni custodi del roseto   «Più tenaci dei vandali»
Giorgio Lucini, 82 anni, dal 2009 periodicamente si presenta nell’area ex zoo per prendersi cura del labirinto delle rose (Foto by foto daniele butti)

I nonni custodi del roseto

«Più tenaci dei vandali»

DIOGENE / Giorgio, 82 anni: «Abbiamo anche ladri che vengono a rubare le rose per amore. Ma noi non ci scoraggiamo»

«Però lo scriva, mi raccomando. Non voglio essere messo davanti a nessuno: come me, ci sono altre persone che hanno dato un contributo fondamentale». Giorgio Lucini, residente a Blevio, ci tiene e lo sottolinea più volte: in una calda mattina estiva, all’ex zoo, in mezzo alle 540 rose, “distribuisce” i meriti. A partire dal club “37” della Stecca, di cui è presidente e che nel 2009 ha voluto regalare alla città proprio il labirinto (con il finanziamento della Fondazione comasca e il sostegno di cittadini e soci).

«Ci prendiamo cura del verde»

Così, a 82 anni e a dieci anni dall’inaugurazione, Giorgio, sua moglie e altre persone tengono pulito il roseto: armati di forbici e attrezzi da giardinaggio, si danno da fare. «Quest’anno è stato particolarmente difficile gestire il tutto. Purtroppo, ha piovuto pochissimo e i fiori hanno bisogno di parecchia acqua per svilupparsi bene. Si fanno due manutenzioni approfondite l’anno. Poi, veniamo qui quando c’è bisogno. Perché lo facciamo? Probabilmente, perché abbiamo cura di ciò che è di tutti. Ce l’abbiamo nel Dna. Siamo ancora convinti, forse illudendoci, dell’importanza di rispettare il bene comune».

Purtroppo, questa qualità non è così comune: «L’impianto d’irrigazione è stato distrutto - aggiunge - poi, l’anno scorso abbiamo messo una cassettina dove le persone possono prendere e lasciare i libri. Ce l’hanno spaccata due volte e i volumi sono spariti. Adesso, abbiamo messo un timbro, così sono riconoscibili e non più vendibili: abbiamo avvisato anche con i commercianti presenti in città».

Ma come nasce l’idea del labirinto delle rose? La storia parte da lontano, dal 1997, e c’entra la ristrutturazione della sala Casartelli dentro al Carducci, la fondatrice del museo della seta Bruna Lai e il professor Giorgio Luraschi: «Quando partirono i lavori di ristrutturazione - racconta - mi chiedevo come fosse possibile che in città, nel secolo precedente, fossero state costruite così tante cose, soprattutto negli anni Venti. In ogni caso, mentre mi scervellavo, saltò fuori il disegno di un roseto: partiva dall’ingresso dello zoo e compiva tutto il percorso. Inoltre, diversi fiori erano dedicate a persone differenti, per esempio Cavalleri e Musa. Mi sono detto: perché non rifarlo? Forse era un’idea utopistica, ma ne ho parlato con l’architetto Giuseppe Pierpaoli, anche lui componente della famiglia comasca, e ci siamo dati da fare».

L’idea era finire per il settantesimo della classe del 1937: ma, nonostante avessimo presentato il progetto già nel 2005, non ce la facemmo. Lo inaugurammo nel 2009, terminato grazie al lavoro di Michele Pierpaoli, figlio di Giuseppe, purtroppo venuto a mancare».

Per i primi due anni, tutto filò liscio: «Per me era una meraviglia venire qui e vedere le persone sedute sulle panchine che chiacchieravano - racconta - era un luogo di vita, d’incontro e socialità. Poi, purtroppo, sono cominciati i guai. Sono arrivati gli spacciatori e i ragazzi che acquistavano. A quel punto, le piante venivano divelte, calpestate e rovinate affinché diventassero anche rifugio dove nascondere le sostanze. Purtroppo, i comaschi hanno smesso di venire per un bel periodo. Telefonavano al sindaco e al questore, scrivevano petizioni, ma non si sedevano più sulle panchine».

Ladri per passione

Oggi va un po’ meglio e il luogo sta tornando, piano piano a rivivere: «I più entusiasti sono gli stranieri, specie quando c’è la fioritura – spiega orgoglioso - Ne avevo parlato con Emilio Trabella: mi piacerebbe costruire un rapporto con le scuole che si occupano di verde, così magari potremmo immaginare una collaborazione. Oppure, sarebbe bello che un giardiniere in pensione venga a dirci come si trattano le rose. Noi, abbiamo imparato sul campo, in autonomia».

Infine, Giorgio racconta due storie, un’assurda e l’altra curiosa. «Per avere i due cartelli posizionati all’inizio del sentiero – racconta – abbiamo impiegato due anni. Poi, secondo il Comune, avremmo dovuto anche pagare ottanta euro di canone. Ovviamente, ci siamo rifiutati. Si è trovata poi la soluzione, ma la burocrazia è incredibile. A Como poi sembra ci sia una maledizione». Ecco quella curiosa: «Non ci facciamo mancare nulla - conclude - abbiamo anche i ladri che vengono a rubare le rose per amore. Proprio settimana scorsa, vedo una signora intenta a tagliare il fiore. Le ho chiesto spiegazioni e mi ha detto: “Non ho potuto resistere, a casa ho la foto di mio marito. Starà benissimo lì, sotto di lui”. “Per carità, signora, capisco. Ma se tutti facessero come lei…”».n 
Andrea Quadroni


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