Il rapper Sciglio  «Maledetta cocaina,  ora canto il carcere»
Andrea Scigliano, in arte Sciglio, ha scritto 15 brani al Bassone

Il rapper Sciglio

«Maledetta cocaina,

ora canto il carcere»

Andrea Scigliano è stato arrestato a settembre. «Errore enorme l’ho capito al Bassone. E la vita rovinata»

«È iniziato tutto con il coronavirus, il lavoro in pizzeria è crollato per il lockdown, da 100 pizze siamo passati a 10, la gente non poteva uscire, si faceva le pizze in casa. Io non ce la facevo e ho pensato di fare la furbata, soldi facili, ho iniziato a spacciare cocaina. Quando sono venuti in pizzeria ad arrestarmi, e mi hanno portato in carcere, ho capito che avevo fatto il più grosso errore della mia vita. E che tutta quella mitizzazione della droga che c’è da fuori, che ti senti chissà chi, quando sei dentro scompare. Sei solo un c...ione finito nel girone dei disperati che si è rovinato la vita per sempre».

Compleanno in cella

Andrea Scigliano, in arte Sciglio, ha compiuto 30 anni al Bassone chiuso in una cella di isolamento con altri tre carcerati. È entrato in carcere con l’etichetta di rapper pizzaiolo spacciatore e una scia di articoli e servizi televisivi, anche nazionali, sul suo conto. E appena è uscito ha scritto due canzoni sulla sua storia, Colpevole e Dimenticati a Dio.

«I giornali dicevano che spacciavo in pizzeria, a Cavallasca, ma quello non era vero - dice . Quando sono arrivati, alle 5 e mezzo del pomeriggio, stavo preparando i cartoni delle pizze. Sono arrivati una trentina di poliziotti in borghese, con il distintivo al collo e il mandato. Hanno trovato due pacchettini di cocaina nel pacchetto di sigarette, quello è vero, ma il resto l’hanno trovato a casa, perchè era una cosa che facevo dopo il lavoro».

Era il 9 di settembre, a casa sua, a Montano, c’erano 47 grammi di cocaina che servono circa per il doppio delle dosi.

Ora è agli arresti domiciliari a casa della mamma, a San Fermo.

«Ci è rimasta malissimo, lei è la mia fidanzata - dice il rapper - . Io mi vergognavo, mi è spiaciuto farle soffrire. Ma mi sono state vicine, mi hanno fatto coraggio, mi scrivevano in carcere, mi dicevano di tenere duro che erano fuori ad aspettarmi. Ma questo l’ho scoperto solo dopo i primi venti giorni di isolamento, sempre per la storia del coronavirus, quelli sono stati terribili. Ci hanno messo in quattro in una cella minuscola, con due letti a castello. Potevamo uscire solo un’ora al giorno. Dentro non sai niente, non sai cosa succede fuori. Solo quando uscivo mi lanciavano i giornali da sopra con i titoli su di me. Non pensavo di essere cosi famoso. Sono andato anche sel le reti nazionali. Io conosco persone che sono andate in carcere per lo stesso motivo ma al massimo avevano avuto un trafiletto. Invece io avevo tutti quei titoli, ero choccato. Dentro sei solo con te stesso. Pensi sei solo che hai sbagliato, che vorresti tornare indietro ma non puoi».

«Il carcere è una guerra - prosegue -. Ma almeno quando sono andato in sezione, con gli altri, ho iniziato a respirare».

«Esci due ore al mattino e due al pomeriggio - spiega sempre Sciglio -, poi hai un’ora in cui puoi andare in saletta a giocare a carte o a calcetto. Poi un giorno puoi giocare a calcio, uno andare in biblioteca, l’altro in palestra. Gli altri carcerati mi hanno aiutato tanto, mi vedevano come il rapper, che poteva raccontare la loro situazione e poteva cambiare le cose. Appena trasferito, per festeggiare la fine dell’isolamento, mi hanno subito invitato a cena, hanno cucinato per me le pizze Poi mi davano l’acqua, il tabacco, mi dicevano “ma uno come te qui cosa fa?”, sono sempre stati gentilissimi. Per quello dico nella canzone che se non hai una famiglia la trovi in carcere. Anche le guardie, mi hanno sempre trattato bene, mi chiedevano come stavo, se avevo bisogno di qualcosa, devo ringraziare tutti».

«Ai domiciliari, cerco un lavoro»

«Se non sei forte in carcere impazzisci- ragiona Andrea -È un posto terribile. C’è chi prende lo xanax per dormire tutto il giorno, i ragazzi che si tagliano per richiamare l’attenzione, li ho visti, è terribile. Lì i tempi sono dilatati. Magari chiedi lo psicologo l’educatrice ma per due mesi non sai niente. E poi se non hai i soldi sei finito. Quando entri ti sequestrano i telefoni e ti danno una scheda. I soldi ti servono per chiamare a casa, per fare la spesa, ma se non ce li hai non puoi fare nulla. C’erano carcerati con famiglie che non sapevano neppure dove fossero. C’è anche chi non ce la fa. Il tempo che sono rimasto dentro io si sono suicidati sei ragazzi, uno aveva 21 anni l’hanno trovato impiccato». Una delle cose più brutte che ha visto è stato l’omicida di don Roberto Malgesini.

«Ce l’avevo nella cella di fronte a destra. I detenuti lo odiano, quando è arrivato urlavano. Io non conoscevo il sacerdote ma mi hanno raccontato che era bravissimo, portava sempre qualcosa, i soldi per le schede, i prodotti per l’igiene personale, i carcerati gli volevano davvero bene e lui l’ha ammazzato. Perchè? Era sorvegliato 24 ore su 24, c’era un tavolo fuori dalla sua cella con gli agenti». Sciglio è ai domicilari dal 2 ottobre.

«Per fortuna io avevo due bravi avvocati e poi non avevo precedenti - dice - ora vorrei trovare un lavoro, qualsiasi lavoro, riabilitarmi, e andare avanti a fare musica che è quella che mi ha salvato. Ho scritto 15 pezzi in carcere, e ora che sono usciti i primi due mi scrivono per ringraziarmi». Sciglio ora vede le cose in maniera diversa.

«Quando inizi a spacciare metti anche in conto l’arresto ma non così presto, come è capitato a me. La droga è dappertutto, se vuoi vendere impieghi un secondo a entrare nel giro. Ti mettono in mano un pacco di cocaina e la vendi subito, c’è un sacco di gente che la prende, professionisti, ragazzini, altro che gente di strada. Non voglio parlare perchè se no passo per infame. Ma io non ne voglio più sapere niente. Io con la droga ho chiuso. Ho voluto prendere una scorciatoia, in un periodo brutto della mia vita, ho sbagliato, sto pagando. Adesso voglio un lavoro, una vita regolare. Mi è bastato andare una volta in carcere per capire che non rifarò mai più lo stesso errore, ma mai proprio...».

Anna Savini


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