Bivaccavano all’ex Sant’Anna  Non potranno essere processati
Uno scorcio dell’interno del padiglione dismesso di piazza Camerlata (Foto by archivio)

Bivaccavano all’ex Sant’Anna

Non potranno essere processati

Quattro imputati, ma agli atti non c’è la denuncia della proprietà - Erano stati sorpresi dentro la struttura durante un sopralluogo nel 2018

Como

È approdato in questi giorni davanti al giudice di pace del tribunale di Como il caso di quattro persone senza fissa dimora accusate di avere preso abusivamente possesso di alcuni spazi del padiglione “G. B. Grassi” di piazza Camerlata, a suo tempo sede del reparto di pneumologia dell’ex ospedale.

Chiuso dopo il trasloco a san Fermo, il padiglione - di proprietà di una società che gestisce il patrimonio immobiliare di Cassa depositi e prestiti - è stato occupato abusivamente e per anni da diverse decine di senza fissa dimora, italiani e stranieri. I quattro a processo erano stati fermati e denunciati dalla polizia locale nel mese di novembre del 2018, con l’accusa di “invasione di terreni o edifici”. Il giudice ha aggiornato il procedimento a una prossima udienza, il 21 dicembre, di fatto però anticipando l’impossibilità di procedere nei loro confronti per una ragione tecnica. Manca infatti la cosiddetta “querela di parte” che giustificherebbe il processo (ce n’è una ma è antecedente, risale al mese di agosto). Senza, dice il codice, il reato di “invasione di terreni o edifici” - per il quale i quattro sono stati mandati a giudizio - non è procedibile. Lo sarebbe se il numero degli imputati accusati di avere compiuto l’azione fosse stato superiore a cinque, e non è questo il caso. Qui gli imputati sono soltanto quattro (Vittoria Tettamanti, 56 anni, origini varesine, Mohamed Manai, tunisino, 22 anni, Ebrima Bah, pure lui 22 anni, Lamin Jobe, 24 anni, entrambi gambiani) e furono identificati nel corso di uno dei sopralluoghi che in quel periodo venivano effettuati in vista di una alienazione del padiglione. Dentro vi si trovava di tutto: stoviglie, lenzuola, arredi, materassi, né valsero a nulla, o a molto poco, i tentativi di “murare” gli accessi per mantenere a distanza gli “ospiti” che vi accedevano o da via Santa Marta - semplicemente scavalcando il muro di cinta - o direttamente da piazza Camerlata. La maggior parte dei senza dimora alloggiati in quell’edificio trascorreva le giornate vivendo di espedienti in città, salvo ritrovarsi al G. B. Grassi soltanto dopo il tramonto. Manai e Jobe devono rispondere anche, e rispettivamente, dell’accusa di non avere “ottemperato”, come si dice, a un decreto di espulsione e di non aver esibito i documenti a richiesta degli agenti.


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