«Bruni ha mentito al magistrato» Così il pm spiega l’arresto
Stefano Bruni quando era sindaco di Como

«Bruni ha mentito al magistrato»
Così il pm spiega l’arresto

Seconda notte di carcere per l’ex sindaco accusato della bancarotta di una società di riscossione tributi

L’ex sindaco di Como Stefano Bruni ha mentito ai magistrati. Ne sono convinti Procura di Milano e giudice delle indagini preliminari che, anche per questo, hanno deciso di arrestarlo nell’ambito dell’inchiesta sulla bancarotta delle società private di riscossione di tributi pubblici. L’ex sindaco - difeso dall’avvocato Giuseppe Sassi - durante l’interrogatorio dello scorso aprile se da un lato aveva ammesso di aver messo in contatto Daniele Bizzozero (il patron del calcio Lecco “referente” italiano delle milionarie - ma solo sulla carta - obbligazioni Jp Morgan) con il rappresentante della società di riscossione tributi Luigi Virgilio per mediare la vendita di 16 milioni di dollari in titoli (bond, accusa la Procura, del tutto privi di valore), dall’altro aveva tentato di sminuire il suo coinvolgimento sostenendo di essere convinto che i titoli avessero un valore reale.

«Una tesi difensiva del tutto inconsistente», accusano ora pubblico ministero e giudice delle indagini preliminari, con il solo scopo di «minimizzare il proprio ruolo e perfino negare gli accordi con i complici relativi alla spartizione del provento».

Già, perché mentre il 15 aprile scorso il pm registrava le risposte dell’ex primo cittadino già sapeva dell’esistenza di un appunto manoscritto che smentirebbe la versione di un Bruni inconsapevole. Un “pizzino” nel quale emerge che l’operazione di acquisto di 16 milioni di dollari in obbligazioni da usare per creare la nuova società di riscossione tasse sarebbe costata a Virgilio “appena” un milione e 10mila euro, somma da dividersi in tre parti: Bruni, Wilhelmus Demers (l’olandese con casa a Lugano proprietario dei bond) e Bizzozero, tutti evidentemente ben consapevoli del disvalore delle obbligazioni - punta il dito la Procura - se erano pronti ad accettare un compenso (la «spartizione del provento del reato») pari a molto meno di un decimo del presunto valore nominale dei titoli venduti.

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