Il delitto di Rebbio un mese dopo, la Procura cerca l’ultima prova

L’indagine Attesa per il deposito delle consulenze su sangue e impronte - Giuseppe Mazza fu ucciso l’11 agosto, la gola recisa con un coccio di vetro

Un mese fa, era l’11 agosto, Giuseppe Mazza – nato in Valtellina, a Mantello, ma con una vita trascorsa tra Rebbio e Breccia – veniva ucciso con un colpo di bottiglia alla gola mentre si trovava seduto al posto di guida della propria auto, una Volkswagen grigia. Nelle ultime settimane passava le giornate a bordo della vettura, tenendola parcheggiata nell’area di sosta esterna alle scuole di via Giussani. Il suo assassino non ebbe pietà di lui: un colpo profondo, alla gola, inferto con il coccio di una bottiglia di vino. Una aggressione durata non più di una ventina di secondi, fulminante.

Il suo assassino non ebbe pietà

Ad un mese di distanza l’indagine prosegue. In carcere, fin dal primo giorno, sospettato per l’omicidio e colpito da una ordinanza di custodia cautelare firmata dal giudice Walter Lietti, c’è Omar Querenzi, 32 anni di Albiolo, che di recente è stato trasferito di carcere dal Bassone di Albate a Pavia.

Molti sono gli elementi che gravano sulla sua posizione, nell’ambito di una vicenda in cui non ha ancora parlato. Nel giorno dell’interrogatorio infatti, assistito dall’avvocato Denise Canu, si avvalse della facoltà di non rispondere ed in questo silenzio è rimasto fino ad oggi. Non è rimasta ferma invece la procura che, con il pm Simone Pizzotti, attende che trascorrano i sessanta giorni richiesti per il deposito delle consulenze disposte. Si tratta della relazione finale sull’autopsia – con i dettagli del minuscolo pezzo di vetro trovato nella ferita, compatibile con la bottiglia che era stata vista impugnare da Querenzi poco prima – ma anche dei rilievi dattiloscopici sulle impronte digitali presenti sull’auto della vittima e sulla bottiglia che è stata interamente recuperata (consulenza che è nelle mani della polizia scientifica) e infine dell’esame sulle tracce di sangue presenti nella Volkswagen e sugli indumenti indossati dall’indagato al momento dell’arrivo delle volanti. Abiti – un paio di pantaloncini e una maglietta – che sono stati posti sotto sequestro e consegnati nelle mani del genetista Carlo Previderè.

Nel primo interrogatorio Omar tacque

A pesare sul capo di Querenzi ci sono anche, è bene ricordarlo, le telecamere presenti in zona, tra via Giussani e via Paoli, che lo ripresero prima aggredire un giovane del Salvador che gli stava dando delle indicazioni (scena immortalata nella sua totalità) e che poi lo misero a fuoco anche mentre entrava nel parcheggio in cui si trovava l’auto di Mazza, per poi uscirne una manciata di secondi dopo.

Ricordiamo che Querenzi non deve rispondere esclusivamente dell’omicidio, ma anche del già citato tentato omicidio del giovane straniero che si trovava in fondo a via Giussani, delle lesioni ad un bambino fermo alla fermata del bus in compagnia di uno zio (colpito con un coccio di bottiglia al braccio e al torace) e della minaccia ad un altro minore che era in compagnia del padre all’esterno del McDonald’s e che si vide appoggiare sul collo lo stesso coccio di bottiglia usato prima per colpire il bambino. Solo l’intervento del genitore scongiurò il peggio.

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