Il fisco a libro paga dei Pennestrì  «Gli abbiamo dato euro su euro»
Il funzionario dell’Agenzia delle Entrare La Verde con in mano la bustarella ricevuta nello studio di Stefano Pennestrì ripreso dalle telecamere dei finanzieri

Il fisco a libro paga dei Pennestrì

«Gli abbiamo dato euro su euro»

Mazzette all’Agenzia delle Entrate, la Guardia di finanza arresta cinque persone. Tangenti dai commercialisti per far ottenere alle imprese loro clienti sconti sulle “multe”

«Adesso parliamo di soldi... è stata una richiesta onesta: 5mila euro». Talmente onesta - la tangente pretesa - che Antonio Pennestrì, da oltre ventiquattr’ore, legge e rilegge le sue parole catturate dai finanzieri, e messe nero su bianco in un ordine di custodia cautelare, mentre si trova in una cella del carcere di San Vittore a Milano.

Gli inquirenti lo chiamano “il sistema Pennestrì”. Un sistema fatto di corruzione e di mazzette pagate «euro su euro» all’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate di Como Roberto Leoni (da sette mesi trasferito a Varese) per poter rendere innocui gli avvisi di accertamento del fisco, ottenere sconti di “pena” del tutto ingiustificati, informare preventivamente gli interessati del programma degli accertamenti fiscali. Un sistema che ha portato in cella quattro persone: lo stesso Pennestrì, a dispetto dei suoi 78 anni, il figlio Stefano Pennestrì, 43 anni, l’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate Leoni e Stefano La Verde, capo team dell’ufficio legale dell’Agenzia a Como. Ai domiciliari l’imprenditore Andrea Butti, 61 anni, titolare della Tintoria Butti di via Pannilani.

L’accusa, per tutti, è di corruzione. I Pennestrì e Leoni devono rispondere anche di concorso in rivelazione d’ufficio perché l’ex direttore, prima di lasciare Como, ha fatto dono all’amico commercialista dell’elenco delle ditte che avrebbero ricevuto la visita degli ispettori del fisco nel 2019, consentendo così a Pennestrì di chiamare il cliente Graziano Brenna (non indagato) per informarlo dell’imminente arrivo dell’Agenzia delle Entrate alla Comofil.

Due i capi d’imputazione legati all’accusa di corruzione. Il primo è stato ricostruito passo dopo passo dall’indagine «magistralmente condotta» (sono parole del giudice che ha firmato l’atto di arresto) dal Gruppo tutela economia e finanziaria della Guardia di finanza di Como, i cui detective hanno seguito gli indagati fin nei bar degli aperitivi in centro storico per intercettare le loro chiacchiere. La vicenda si riferisce all’avviso di accertamento da 300mila euro notificato alla Tintoria Butti per le dichiarazioni del 2013 (causa illegittima deduzione della perdita di un credito di oltre 520mila euro). Il trasloco a Varese del direttore Leoni ha fatto naufragare la proposta di conciliazione - su cui tutti erano già d’accordo - ad appena 25mila euro (meno del 10% della sanzione data). L’esigenza di trovare un’alternativa ha portato sulle piste dello studio Pennestrì il funzionario La Verde pronto a «inscenare il teatrino» di fronte ai giudici della Commissione Tributaria per far vincere la controparte.


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