Il killer di don Roberto verso l’ergastolo
L’omicida rinuncia al rito abbreviato

Il giudice nega la perizia psichiatrica: Ridha Mahmoudi davanti alla corte d’Assise a settembre I fratelli di don Malgesini parte civile

Un paio di parole appena, giusto un cenno di saluto al giudice. Poi sceglie il silenzio. Collegato via video dal carcere di Monza, dov’è rinchiuso dallo scorso settembre, Ridha Mahmoudi evita uno dei suoi classici show. E alla fine di un udienza lampo si limita ad ascoltare il magistrato mentre lo manda a processo, davanti alla corte d’Assise.

L’udienza

Inizierà giovedì 23 settembre il processo per l’omicidio di don Roberto Malgesini. Il giudice delle udienze preliminari, Francesco Angiolini, lo ha mandato a giudizio ieri mattina dopo aver respinto la richiesta di perizia psichiatrica fatta dall’avvocato di Mahmoudi, il legale Davide Giudici. Il gup ha argomentato che la consulenza psichiatrica fatta fare dalla Procura è stata sufficientemente esaustiva nell’argomentare che di Mahmoudi si può dire tutto, tranne che non fosse capace di intendere e di volere quando lo scorso settembre ha accoltellato don Roberto.

Il difensore dell’imputato aveva anche provato a convincerlo a chiedere il rito abbreviato. Sarebbe stato con ogni probabilità negato, ma almeno agli atti sarebbe stata formalizzata una richiesta di rito che avrebbe potuto evitare l’ergastolo.

E invece quest’uomo, tunisino, che ha trascorso oltre la metà della sua vita in Italia e che negli ultimi anni si è convinto che tutti ce l’avessero con lui in una sorta di complotto per farlo tornare nel suo paese, si è rifiutato. Di fatto consegnandosi anima e corpo a una sentenza che - salvo clamorose sorprese - non potrà che condannarlo al carcere a vita. Perché l’accusa ipotizzata dalla Procura non lascia alcuno scampo ad altre soluzioni: omicidio volontario premeditato. Proprio sulla premeditazione il difensore di Mahmoudi avrebbe potuto puntare per chiedere un rito alternativo, ma senza la procura speciale del suo assistito non lo ha potuto fare.

Nell’aula delle udienze preliminari al primo piano del palazzo di giustizia, ieri, c’erano - oltre al giudice e al difensore - il pubblico ministero Massimo Astori, titolare del fascicolo e l’avvocato Maurizio Passerini, in rappresentanza dei fratelli di don Roberto. Nessuno dei famigliari del prete ha voluto presenziare, ma i fratelli Malgesini si sono costituiti parte civile, ben sapendo che otterranno mai alcun risarcimento da Ridha (e sicuramente non è per l’aspetto risarcitorio che hanno deciso di costituirsi nel processo).

A questo punto lo scenario che si apre è un dibattimento per ricostruire quella tragica mattina del 15 settembre dello scorso anno, in piazza San Rocco. Dove Ridha Mahmoudi ha teso una trappola a don Roberto e quindi lo ha aggredito con un coltello comprato mesi prima.

La giuria popolare

Le carte che potrà giocare la difesa, davanti ai giudici popolari che siederanno accanto al presidente della corte d’Assise e al giudice a latere, non sono molte. Quasi certamente potrà riproporre la questione sulla perizia psichiatrica, anche se appare una strada difficile da ripercorrere; e poi c’è l’aspetto legato alla contestazione della premeditazione che rende di fatto automatica - in questo caso - la condanna all’ergastolo. L’unico punto su cui verosimilmente si potrà giocare una chance per evitare il carcere a vita sarà proprio questo.

In aula si rivivrà, attraverso le parole dei protagonisti e quelle degli investigatori, quella tragica mattinata. Ma anche le giornate precedenti, quando Mahmoudi ha dato la caccia ai suoi ex avvocati con l’intento dichiarato - lo ha confessato lui davanti ai poliziotti della squadra mobile - di voleri ammazzare. E poi, sicuramente, sarà ricordata la figura di don Malgesini, il suo impegno per gli altri, soprattutto per i poveri e gli emarginati. Un impegno diventato martirio.

© RIPRODUZIONE RISERVATA