«L’allarme ’ndrangheta è alto
Ma a Como nessuno denuncia»

Il procuratore Piacente lancia un appello alle imprese del territorio - «Forte il rischio di infiltrazione, i cittadini devono rivolgersi alla giustizia»

«L’allarme ’ndrangheta è alto Ma a Como nessuno denuncia»
Il procuratore capo di Como Nicola Piacente
(Foto di foto butti)

«A Como non si denuncia abbastanza, proprio mentre in questa crisi Covid l’economia della nostra provincia, caratterizzata dalla piccola e media impresa, è fortemente a rischio di infiltrazione mafiosa. Tante aziende si trovano in ginocchio per debiti e crisi di liquidità e si rivolgono alla criminalità organizzata». Lo dice Nicola Piacente, procuratore di Como, in un dialogo a tre con il consigliere regionale del Pd, Angelo Orsenigo, già componente della commissione regionale Antimafia, e Nando Dalla Chiesa, presidente onorario di Libera.

Il dato, intorno a cui si ragiona nell’ambito degli incontri “Costruiamo il futuro: per Como lavoriamo insieme”, riguarda i reati di usura, tipici della criminalità organizzata, ma non solo, anche di quella comune e spesso intrapresa dai colletti bianchi. Arriva all’estate 2020, ma rispecchia ancora il trend in atto oggi. «In quattro anni a Como le denunce per usura nei confronti di istituti bancari sono state 36, solo nove quelle nei confronti di privati» ribadisce Orsenigo.

«C’è una scarsa propensione alla denuncia nei casi di usura – sottolinea Piacente – che sia o meno appannaggio della criminalità organizzata. Si denunciano più facilmente gli istituti bancari, ma ancora troppo di rado i cittadini singoli. Per interpretare questa tendenza bisogna tenere conto dell’abbassamento del tasso di fiducia nei confronti delle istituzioni, compresa la magistratura, e della difficoltà di avere sostegno economico dei medio-piccoli imprenditori. Ecco perché una riforma dell’accesso al credito è per me tra le priorità di cui il Governo Draghi è chiamato a occuparsi».

È in questo scenario di aziende in difficoltà che la mafia si fa impresa criminale, legata a una logica di accumulazione del capitale. Non solo violenza, un territorio lo si sottomette mangiandone dall’interno le risorse, proprio in momenti di fragilità economica e forte vulnerabilità come quello aperto dalla pandemia. «Il servizio di prestito offerto alla criminalità organizzata all’inizio appare più celere, rispetto alle vie istituzionali di accesso al credito – sottolinea il procuratore – Gli imprenditori nel momento in cui contrattano un prestito con la mafia o con gli usurai in generale formano la fine della loro azienda, si condannano definitivamente a lavorare solo per ripagare il loro debito a tassi di interesse esorbitanti».

La forza di denunciare per Nando Dalla Chiesa deve arrivare dall’alto per non far mai sentire il cittadino solo nella lotta alla mafia. «La mafia si combatte con il “noi”, non tanto aprendo sportelli di ascolto nei singoli Comuni, ma con un’azione strutturata, messa in campo dalle istituzioni che devono farsi presenza. Un esempio in tal senso è la rivalorizzazione dei beni confiscati».

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