L’ex presidente del Como confessa  «Fatture false per salvare la squadra»

L’ex presidente del Como confessa

«Fatture false per salvare la squadra»

Pietro Porro interrogato dalla Procura: «Per ridurre le perdite in bilancio della società abbiamo creato plusvalenze con la vendita del marchio»

Dopo cinque mesi ai domiciliari, l’ex presidente del Calcio Como Pietro Porro decide di cambiare strategia difensiva. Si presenta in Procura e davanti al pubblico ministero ammette le fatture per operazioni inesistenti, le plusvalenze per far quadrare i bilanci della società e suona la carica contro i commercialisti: «Quelle operazioni ce le hanno suggerite loro».

Con la chiusura dell’inchiesta per la bancarotta del Como da una parte e della società proprietaria del 99% delle quote degli azzurri, la S3C, emergono gli atti dell’inchiesta che ha portato a mettere sotto accusa otto persone: gli ex amministratori delle due srl (Pietro Porro, Flavio Foti, Fabio Bruni, Stefano Roda, Guido Gieri) e i commercialisti che hanno contribuito a predisporre i bilanci (Franco Pagani, Fabrizio Milesi e Giovanni Puntello). Da quegli atti si scopre che poco più di una settimana prima della chiusura del fascicolo Porro ha chiesto e ottenuto di essere interrogato dal sostituto procuratore Pasquale Addesso. Un lungo interrogatorio nel quale si sono toccati i punti “dolenti” della vicenda contabile ed economica che ha portato al dissesto del Calcio Como.

L’accusa di bancarotta si basa, tra l’altro, sulla contestazione di aver proceduto alla vendita per 700mila euro del marchio “Calcio Como 1907” e al suo riacquisto un paio di anni più tardi per ben 900mila euro.

«L’idea di questa operazione - ha spiegato Porro al magistrato - fu di Guido Gieri, che in quel momento era presidente della S3C. Vi era la necessità di coprire le perdite del Como» per evitare «l’immissione di nuova liquidità di S3C». L’operazione sul marchio, invece, ha «consentito la creazione di una plusvalenza che riduceva le perdite nel bilancio del Calcio Como» e ha evitato ai soci di dover rimettere mano al portafogli.

Poi il marchio è stato rivenduto al legittimo proprietario, ma pagandolo 200mila euro in più: «La decisione di retrocederlo ci fu consigliata da Giovanni Puntello» il commercialista dello stesso Calcio Como «il quale ci indicò anche il prezzo. Ci disse che in via prudenziale avremmo dovuto indicare un prezzo più alto essendo la società in serie B».

Discorso analogo vale per la vendita del centro sportivo di Orsenigo alla S3C: «Avevamo necessità di creare una plusvalenza per ridurre le perdite nel bilancio del Calcio Como - conferma Porro - Se me lo chiede posso dirle che io, da privato, non avrei acquistato quel bene a quel prezzo», ovvero 3,2 milioni, di cui solo una parte però finì in effetti nelle casse del Como. Porro ammette: «Concordo che senza queste operazioni avremmo dovuto immettere liquidità per ricostituire il patrimonio della società oppure metterla in liquidazione».

E arriviamo alle sette fatture per operazioni inesistenti emessa da S3C nei confronti del Calcio Como e, secondo all’accusa, utili soltanto ad abbattere l’imponibile della società: «Sì - dice ancora Pietro Porro - si tratta di fatture per prestazioni mai rese. Fu Milesi (il commercialista della S3C ndr) a indicarci la necessità di fare tali fatture in quanto, a suo dire, servivano per evitare che la S3C fosse qualificata quale società di comodo».


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