Tangentopoli del Fisco: Pennestrì si fingeva venditore di tappeti e ripuliva i soldi
La Guardina di Finanza contesta a Pennestrì di aver “ripulito” quasi 55mila euro

Tangentopoli del Fisco: Pennestrì si fingeva venditore di tappeti e ripuliva i soldi

Convinceva amici di famiglia a simulare compravendite fittizie per muovere contanti. Usava il conto corrente del figlio Federico

Per ripulire i soldi delle tangenti Antonio Pennestrì utilizzava gli amici di famiglia. Il retroscena emerge nell’inchiesta che i finanzieri del nucleo di polizia economico-finanziaria di Como continuano a svolgere sulla tangentopoli comasca del fisco. E dopotutto è lo stesso Pennestrì ad ammettere: «È vero, ho chiesto agli amici ei effettuare bonifici sul conto di mio figlio fingendo acquisti di beni personali». Beni appartenuti anche alla moglie dell’ex presidente della Comense, morta non molto tempo prima.

Complessivamente la Guardia di finanza contesta all’ex commercialista - arrestato assieme al figlio per aver unto gli ingranaggi dell’Agenzia delle entrate in nome e per conto di importanti clienti dello studio professionale di Stefano Pennestrì - di aver ripulito con questo sistema poco meno di 55mila euro in un appena un anno di attività illecita. Soldi che i Pennestrì avevano ricevuto a titolo di mazzette da pagare all’ex direttore del fisco comasco e al dirigente del settore legale, ma che in parte trattenevano per sé quale compenso per gli sconti ottenuti illegalmente.

Gli investigatori delle fiamme gialle comasche hanno scoperto il meccanismo partendo dall’analisi delle movimentazioni bancarie sul conto corrente di Federico Pennestrì, l’altro figlio di Antonio, che nulla c’entra nell’inchiesta (e al quale, infatti, nulla viene contestato dalla Procura). Eppure dalla verifica dei bonifici in entrate e in uscita è stato possibile ricostruire il metodo usato dal padre per ripulire il denaro sporco.

Tra le causali dei bonifici in ingresso si legge: “acquisto tappeto” oppure “orologio” o ancora “acquisto mobile antico” oppure “tappeto mamma”. Tutti beni di famiglia venduti ad amici e conoscenti, in gran parte anche clienti dello studio professionale di via Auguadri. A mettere in relazione quelle causali con il sistema illegale ideato dall’ex patron della Comense una telefonata intercettata dai finanzieri: «Essendo deceduta mia moglie - si sente Antonio Pennestrì dire ad alcuni clienti - stiamo dicendo che Federico sta vendendo un bel po’ di roba sua, un tappeto, un quadro...». E così ecco comparire i bonifici di un’ottantenne amica di famiglia: «Era il denaro in contante ricevuto da Taborelli, Imperiali e Vaccani» confesserà l’ex commercialista. O, ancora, i 3.500 euro che un altro amico verserà per comprare un quadro: «Soldi che gli ho dato io in contanti» dirà lo stesso Pennestrì.


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