Ticosa, 15 anni fa la demolizione
La bonifica? Soltanto a metà

Il 27 gennaio 2007 alle 18.08 la prima picconata ma non sono nemmeno stati tolti tutti i veleni. Oggi restano arbusti, transenne e un lago gelato

Quindici anni sono passati da quel colpo di benna che avrebbe dovuto rappresentate la rinascita dei quasi 42mila metri quadrati della ex Ticosa e, oggi, di quello che avrebbe dovuto diventare un nuovo quartiere, restano soltanto arbusti, transenne e un laghetto in buona parte ghiacciato.

Era il 27 gennaio del 2007 quando il sindaco di allora Stefano Bruni , con il presidente della Regione Roberto Formigoni e il vescovo di Como Alessandro Maggiolini premettero il grande interruttore rosso che diede il via virtualmente ai fuochi d’artificio e alla demolizione. Alle 18.08 il grande braccio a forma di dinosauro affondava i suoi denti nel corpo a C, quello che restava della grande fabbrica tessile fondata l’11 gennaio 1872 con 90 operai e che era arrivata ad averne, negli anni Cinquanta, oltre 1200. Affondava i denti in una storia fatta di fili di seta e di tanto sudore, una storia intrisa dei tempi che cambiano e finita contro il telex arrivato il 3 ottobre del 1980 dalla Pricel che diceva ai 514 lavoratori: «Chiudiamo». Senza alcuna possibilità di appello.

La scelta sbagliata

Il sindaco Bruni, colui che negli ultimi quarant’anni era arrivato davvero a un passo dal mettere la parola fine allo scandalo di via Grandi, ha sempre rivendicato la scelta di organizzare la cerimonia per l’abbattimento di quella che ha più volte definito «un obbrobrio» e «il simbolo dell’incapacità», ma successivamente aveva ammesso di aver sbagliato la scelta della data, troppo particolare il 27 gennaio, la Giornata della Memoria. Perché anche da quella fabbrica, la tintostamperia Comense, vennero prelevati lavoratori e mandati nei campi di concentramento. Ben poco da festeggiare, insomma, il 27 di gennaio.

In questi quindici anni, però, è cambiato ben poco sull’area dimessa più grande della città. Dal 2007 al 2018 è stata di proprietà dei privati, il gruppo Multi, che se l’era aggiudicata all’asta per quasi 15 milioni di euro per costruire uffici, residenze, ma anche negozi, un maxi autosilo e interrare la strada. Poi, complice la crisi economica mondiale che ha investito innanzitutto i grossi investitori americani e una bonifica decisamente più complicata del previsto (il nodo dell’amianto ritrovato mesi dopo la demolizione, il sequestro dell’area e l’avvio di un’inchiesta da parte della Procura) è arrivato il progressivo disinteresse verso il recupero di quel grande spazio fino all’addio consensuale con l’amministrazione comunale.

Da poco meno di tre anni lo spiazzo di quasi 42mila metri quadrati è tornato di proprietà di Palazzo Cernezzi e sono stati definitivamente accantonati tutti i contenziosi legali ancora in essere con il privato. Le uniche cose ad essere cambiate sono stati gli operai per la rimozione dei materiali pericolosi (e ancora non è finita) e la vegetazione, sempre più fitta. Persino il Ticosauro, un misto tra Nessie, il mostro di Loch Ness ,e il Lariosauro, messo provocatoriamente nel laghetto nel 2018, è scappato. Nemmeno il simbolo dell’immobilismo e del tempo che non passa mai, ha retto al disastro di via Grandi. E forse l’idea di un Jurassic Park in Ticosa non era poi così folle.

Altri 15 mesi (si spera)

In quindici anni, come detto, nemmeno la bonifica - prioritaria per qualsiasi intervento - è stata completata. Prima quella dell’amianto in superficie, poi la rimozione degli inquinanti nel sottosuolo, ma da risolvere c’è ancora il nodo della ormai famosa “cella 3”. Proprio oggi, per uno strano gioco del destino, scadono i termini per la presentazione delle offerte delle aziende partecipanti alla nuova gara, rifatta quasi da zero (anche se con modalità diverse) dopo il pasticcio della prima che ha - calendario alla mano - fatto perdere un anno al Comune. Base d’asta per la rimozione del materiale contenente amianto presente nel sottosuolo, a ridosso della ex centrale termica Santarella, è di 4,3 milioni di euro.

Da quando verrà formalmente assegnato l’appalto - e a meno di ricorsi - ci vorranno 15 mesi per scavare (fino a due metri di profondità) e portare via tutto il materiale rimasto (circa 8mila metri cubi). Questo significa, se tutto andrà liscio, la conclusione non prima dell’estate del 2023. Intanto continua il monitoraggio della falda, ma lì non ci dovrebbero essere ulteriori interventi. Ancora 15 mesi, insomma. Sperando non diventino altri 15 anni.

(1. continua)

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