Mercoledì 09 Dicembre 2009

"Quella giornata con papa Wojtyla
Un gigante piegato dagli anni"

Lo storico e giornalista Roberto Festorazzi, collaboratore de «La Provincia», racconta per la prima volta l'eccezionale incontro con papa Giovanni Paolo II

Ci sono giorni della vita che non si possono dimenticare. Uno di questi, per me, coincide con una data: il 30 maggio 1999. Fu la volta che incontrai Giovanni Paolo II, anzi di più. Mi fu concessa l'occasione di trascorrere un'intera giornata con il papa, seguendolo a distanza ravvicinata, da un punto di osservazione privilegiato: dietro le quinte di una visita pontificia.
Debbo questa fortuna, che è già ghiotta per un cristiano qualsiasi, figurarsi per un giornalista, alla circostanza di essere nipote dell'allora arcivescovo di Ancona-Osimo, la diocesi che accoglieva il Santo Padre in visita pastorale. Mio zio, monsignor Franco Festorazzi, insigne biblista, già vicario generale della diocesi di Como, dal 1991 al 2004 è stato infatti arcivescovo metropolita della Chiesa dorica, nonché, per anni, presidente della Conferenza episcopale marchigiana. Attualmente, come vescovo emerito, vive a Como.
Ricordo quel 30 maggio 1999 come una grande festa, di cui mi sono rimaste impresse alcune immagini, vivide di colori che ancora oggi mi emozionano. Papa Wojtyla, questo gigantesco personaggio della storia, giunse verso le 11 nel Palazzo arcivescovile, accolto sulla piazza da un fragoroso applauso. Da quel momento preciso, mi trovai nella singolare situazione di un ospite vicino al padrone di casa, che vive l'esperienza di accogliere il papa dentro mura tanto famigliari. Tutta la giornata trascorse nella consapevolezza di condividere lo stesso tetto con il Capo della Chiesa. Consumavo il pasto vicino al papa, riposavo dopo pranzo per interminabili minuti, in attesa di incontrarlo, mentre il Santo Padre era anch'egli coricato, al piano di sopra.
Potei anche dare un'occhiata alla stanza da letto preparata per Giovanni Paolo II: la vista di un campanello, sopra il comodino, mi fornì la misura dello stato di salute del Pontefice, ormai non più in grado di scendere dal letto senza essere aiutato.
Wojtyla salì nell'appartamento dell'arcivescovo, all'interno del quale, nella sala grande delle udienze, era stato allestito il banchetto del ricevimento. Vi giunse con l'ascensore dalla porta verde chiaro che ben conoscevo. Quando il lift arrivò al piano, preannunciato dal rumore del motore, ben più forte di un sommesso ronzio, il papa uscì dall'abitacolo da solo, come un comune visitatore. E lì assistetti a una scena straordinaria, forse non prevista dal cerimoniale. Con un'espressione interrogativa sul volto, il papa rimase fermo, immobile, per interminabili secondi, guardando alla sua destra, in direzione della cucina, come per dire: «Eccomi qua: adesso che debbo fare?». Tutti restarono impietriti, incerti se muovere un passo verso di lui. A rompere il ghiaccio fu suor Pinuccia, a stento trattenuta dal vicario generale, monsignor Carnevali, mentre stava per "fiondarsi" su sua Santità.   
In quell'uomo arrestatosi sulla soglia di casa, un po' incerto, vidi soprattutto un anziano fragile, non certo il papa trionfale. Eppure quell'immagine mi è tanto cara, perché mi richiama alla memoria l'umanità profonda del personaggio, già sofferente.L'ingresso di Giovanni Paolo II nel vestibolo della sala grande, fu caratterizzato da una certa confusione. I vescovi delle Marche, riuniti a formare un capannello, si precipitarono tutti a salutare il papa, baciandogli l'anello, e non sono sicuro che l'ospite, in quel convulso frusciare di venerande tonache, riconoscesse d'incanto i presuli, uno per uno. Ne ebbi la prova quando udii mio zio don Franco dire a voce alta, con tono quasi divertito: «No, questo qui non è mica l'arcivescovo di….?», seguito dal nome della diocesi.
Seguì il pranzo, poi sua Santità andò a riposare. Destatosi dopo il sonnellino, guardò fuori dalla finestra e vide gli striscioni scritti dai giovani che, nel cortile dell'arcivescovado, erano rimasti a vegliare e ad attendere, in rispettoso silenzio. Il segretario del papa, il polacco don Stanislao Dziwisz, oggi cardinale e successore di Wojtyla alla guida della diocesi di Cracovia, sorrise compiaciuto: «I giovani hanno augurato buon riposo al Santo Padre». Ricordo con simpatia don Stanislao, che mi domandò del mio lavoro ad "Avvenire", il giornale di cui a quel tempo ero redattore. Erano le 16, quando, in una sala attraverso la quale si accede alla biblioteca, Giovanni Paolo II volle incontrare privatamente le suore dell'episcopio e i famigliari dell'arcivescovo. Accanto a me, c'erano i miei genitori. Custodisco la memoria di quegli istanti, di cui parlo per la prima volta, come uno scrigno prezioso.
Quando mi ritrovai al cospetto del papa, dopo essere stato presentato da mio zio arcivescovo, le parole mi restarono imprigionate in gola per l'emozione. Mi chinai a baciare l'anello e, in quella specie di rapimento, ricordo solo che il papa volle benedire a distanza i miei figli, rimasti a Como perché piccolissimi, sottolineando con il capo l'importanza del dono straordinario della paternità, con un filo di voce: «I bambini, i bambini…».Salutati noi parenti, Wojtyla si allontanò con una camminata lenta, sorreggendosi con il bastone. È questo l'ultimo ricordo che conservo di lui, come un flash. Il Pontefice che si avvia verso la porta: lo vedo di spalle, con la fascia bianca, all'altezza della vita, non orizzontale, ma inclinata verso il basso, a destra, per l'incurvarsi di quel nobile vecchio sotto il peso della fatica, degli anni, della malattia.
Sulla strada verso casa, all'altezza dell'ospedale di Ancona, vedemmo l'elicottero papale sollevarsi poco distante. Giovanni Paolo II salutò dall'alto la città di San Ciriaco, il suo porto, la sua magnifica cattedrale, lasciando un ricordo incancellabile di sé. Il mondo intero prova gratitudine e nostalgia per questo straordinario donatore d'amore che la Chiesa annovera tra i suoi grandi, per non dire santi.

Roberto Festorazzi

b.faverio

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