Mercoledì 05 Maggio 2010

Umberto Ambrosoli ricorda il padre:
"Ci insegna che si può essere liberi"

Si intitola <+G_CORSIVO>Qualunque cosa succeda<+G_TONDO> (Sironi editore, pag.317, 18 euro), ed è l'omaggio che Umberto Ambrosoli ha dedicato al padre Giorgio, assassinato da un killer la notte fra l'11 e il 12 luglio 1979, mentre indagava sulle attività di Michele Sindona in qualità di commissario liquidatore della Banca Privata Italiana. Per quel delitto fu condannato, nel 1986, lo stesso Sindona. Giorgio Ambrosoli, l'<+G_CORSIVO>eroe borghese<+G_TONDO> già splendidamente raccontato dalla penna di Corrado Stajano, incarna l'uomo che per non tradire i propri ideali di libertà, responsabilità e rispetto delle regole sacrifica persino la vita. Umberto, che quando il padre morì aveva sette anni, con questo libro - <+G_TONDO> - premio Terzani 2010, 8 edizioni e 60 mila copie vendute - ne raccoglie il testimone. Ne parlerà giovedì 6 maggio alle 21, all'Ottagono di Fino Mornasco (Como), all'interno del parco del Comune.
Avvocato Ambrosoli, lei definisce quella di suo padre «una bella storia»...
È una bella storia perché ci dice che possiamo essere liberi, che possiamo costruire con la normalità del nostro vivere quotidiano un mondo un po' più bello di quello nel  quale viviamo. Ci dice che è possibile, che davanti alle cose che non ci piacciono ciascuno di noi ha la possibilità di dare un contributo. E allora quella di mio papà è una storia proprio bella, perché ci sprona, e ci smentisce rispetto ad alcuni luoghi comuni fatti di pigrizia e pessimismo, come quando pensiamo che non è possibile non scendere a compromessi quando si raggiungono determinati livelli di potere, o non fare il proprio interesse prima di ogni altra cosa, o quando pensiamo che tutti abbiano un prezzo: quella storia ci dice che non è così. Anche se il prezzo viene a un certo punto a coincidere con la vita.
Pensa che le responsabilità  politiche siano state perseguite pienamente? Che effetto le fa vedere Andreotti, che fu vicino a Sindona, ancora al suo posto?
Le responsabilità di carattere penale alla fine sono state identificate, giudicate e punite. Poi c'è un livello diverso, che abbraccia tantissime diverse forme o gradazioni di responsabilità e che certamente in alcuni casi  riguarda chi allora ricopriva ruoli di potere importantissimi in Italia. Non parliamo di responsabilità per omicidio, ma per condotte diverse, non necessariamente illecite ma che dal punto di vista morale consentono a ciascuno di esprimere il proprio giudizio. Quanto ad Andreotti, a me fa effetto pensare che la collettività, il Paese, non ha ritenuto che vicende come quelle riconducibili a Sindona - pur rese pubbliche in ultimo con il processo del 1998 per associazione esterna a carico di Andreotti - fossero degne di essere stigmatizzate. Il problema non è che Andreotti sia sempre lì, il problema è che alla stragrande maggioranza delle persone vada bene così. Che sia accettabile che un soggetto che ricopre quei ruoli di responsabilità interloquisca con una persona che per il nostro ordinamento è latitante all'estero, che è accusata di un crimine molto grave in Italia e di un crimine altrettanto grave - infatti poi punito con 25 anni di reclusione - negli Stati Uniti, e che ne incontri gli emissari per agevolare un progetto che altro non faceva che mettere al riparo, a spese della collettività, il responsabile di quella bancarotta e tutto il suo entourage.
L'Italia di oggi è migliore di quella in cui si mosse suo padre?
L'Italia di oggi è molto migliore rispetto a quella di allora, oggi non penso che una situazione del genere si verificherebbe nella sua dimensione più drammatica, ovvero l'omicidio. Oggi però sono più sfacciati i comportamenti. Un parlamentare negli anni tra il '75 e il '79 venne scovato da un giornalista mentre usciva dall'appartamento di Sindona all'Hotel Pierre, e si dovette giustificare, inventò tutta una serie di ragioni legittime per questo suo incontro. Ancora, un sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, quando si venne a sapere che aveva visto Sindona a New York, si affettò a dire che lo aveva incontrato per caso in un negozio di giocattoli. Ecco, oggi non ci sarebbe bisogno di inventare un negozio di giocattoli o altro, oggi probabilmente qualcuno si arrogherebbe il diritto di incontrare questo genere di persone. Sindona a suo tempo si definiva un esule, così come poi ha fatto Craxi, e perseguitato nel suo paese in ragione delle sue idee politiche. Oggi ci sarebbe la coda fuori dalla dimora di un soggetto come Sindona.
Il titolo del suo libro fa riferimento a una lettera scritta da suo padre a sua madre, una sorta di testamento spirituale. Perché l'ha scelto?
Perché rappresenta a mio parere la possibilità del primato dei valori. Cioè: prima di qualsiasi situazione si possa verificare, c'è la mia consapevolezza di quale sarà il mio comportamento.
Dalla vicenda emerge anche l'eroismo di sua madre: ha mai chiesto a suo padre di fare un passo indietro?
No. Non l'ha fatto, forse anche come una forma di rispetto dei valori per cui si era innamorata di lui, chiedergli di non essere così sarebbe stato un tradimento. E lo stesso vale per mio padre, che se non avesse avuto accanto a sè una persona che condivideva esattamente gli stessi valori certamente avrebbe fatto molta più fatica a fare le scelte che ha fatto.

b.faverio

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