Mercoledì 12 Maggio 2010

Luce su Marco Enrico Bossi
grande per Verdi, non per Como

di Stefano Lamon

È tempo, per una «Bossi renaissance»? La domanda, lanciata rivolta dal musicologo Michele Bosio dal suo blog di critica ed estetica musicale «Musicalia Organalia», fa eco all'ultima iniziativa promossa  musicale riguardo a Marco Enrico Bossi, compositore della generazione di Busoni, Puccini e Mascagni, in quella Como che, ciclicamente, fu punto di riferimento per l'uomo e l'artista. A dire il vero, oltralpe l'apprezzamento vero il compositore nato a Salò nel 1861 e mancato improvvisamente, a non ancora sessantaquattro anni, nella traversata da New York a Le Havre che lo riportava in Europa dall'ennesima tournée, non è mai venuto meno: Bossi, l'indiscusso riformatore tardottocentesco della musica organistica italiana, fatica a trovare in patria quel riconoscimento ben più spontaneamente gli viene attribuito dagli eredi di Mahler e Reger. Di fronte a uno stile pianistico che più d'uno studioso ha definito di attitudine salottiera e rimeditazione romantica, a un inizio teatrale applaudito ma che non ha superato il giudizio del tempo, di Marco Enrico Bossi vanno indiscutibilmente tramandate le doti di improvvisatore eccezionale alla consolle, trascrittore efficace ma, soprattutto, di compositore per organo dalla visuale europea quanto mai moderna, in un'Italia ai suoi tempi ancora fermamente abbarbicata agli echi operistici: basti il citatissimo giudizio di Verdi - che tenero nei giudizi non era, in tarda età – quando scriveva «un gran musicista, il Bossi, ed il primo degli organisti d'Italia e forse anche di fuori».
Quanto questa visione abbia tratto spunto nei soggiorni comaschi che hanno tratteggiato con puntuale periodicità l'esistenza di Marco Enrico Bossi – i due lustri corrispondenti alla vitale attività di un ventenne maestro di cappella, e organista in Cattedrale, promotore di concerti; i soggiorni creativi nella casa di Breccia, soprattutto negli anni dell'anteguerra e in quelli che sarebbero stati gli ultimi – potranno scaturire dalla tavola rotonda prevista al Carducci il 14 maggio alle 16.15, dinanzi a quell'organo da studio che Bossi pensò proprio nel neo edificato Salone Musa di viale Cavallotti come piccolo ma significativo esempio di visione europea della musica: un organo dentro una sala da concerto laica. I più diretti esperti che, nell'ultimo decennio, hanno avuto modo di analizzare il corpus di manoscritti di Bossi donato dagli eredi alla Biblioteca Musicale cittadina, da Maria Bedendo che ne ha compiuto la catalogazione ad Andrea Macinanti che sta curando l'incisione discografica e la riedizione organica per i tipi di Vittorio Carrara del corpus organistico.

v.fisogni

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