Mercoledì 06 Aprile 2011

Van de Sfroos espugna Roma
Ma il laghée non piace alla critica

Il Teatro Ambra Jovinelli di Roma ha una storia ultracentenaria ed è, letteralmente, risorto dalle sue ceneri vent'anni fa dopo che un incendio rischiò di comprometterne per sempre la bella struttura liberty. Ettore Petrolini trovò lì la sua prima scrittura importante, Totò vi esordì con "Siamo uomini o caporali?", insomma, è il tempio capitolino dello spettacolo. Lunedì 4 aprile vi è arrivato Davide Van De Sfroos con il suo "Yanez tour", di ritorno nella Capitale dopo la grande esposizione ricevuta grazie al Festival di Sanremo. Eppure, nonostante il primo concerto romano di Bernasconi risalga al 2002, la stampa romana si concentra ancora su due punti: il leghismo dell'artista e l'incomprensibilità del dialetto laghée. Partiamo da quest'ultima considerazione. Marco Molendini su "Il Messaggero" fa meraviglia del successo nazionale dell'artista: "Non c'è dubbio, però, che la scelta della lingua dialettale abbia reso la sua musica meno accessibile a tutti, anche se gli ha dato una facile riconoscibilità, ponendolo in un territorio, quello della musica etnica, che suscita ampie curiosità su tutte le latitudini. Ecco perché racconta che i suoi concerti sollevano attenzione anche fuori dall'area padana, perfino al Sud, dove se la lingua e i racconti dei suoi pezzi non sono di semplice comprensibilità, la contaminazione di suoni e ritmi gli consente di entrare in rapida sintonia con il pubblico".
Perfino al Sud. «Nell'epoca del federalismo più agognato che realizzato - scrive Carlo Antini per "Il Tempo" - il dialetto assume connotazioni tutte politiche. Suo malgrado. E allora cantare in dialetto laghée può essere visto come un vezzo o un gesto di sfida. Ma a Roma, si sa, si prende tutto con filosofico distacco e allora perfino la voce di Van De Sfroos è accolta con l'interesse che merita». Perfino. I colleghi non sanno, e come loro quelli che si ritrovano a scrivere di Davide come di una (pur piacevole) curiosità, che ci sono persone che, invece di respingere l'idioma, lo imparano a furia di ascoltare i dischi, un po' come è accaduto a "Creuza de mä": nessuno parla il genovese ma quel disco, grazie a De André, lo capiscono tutti. Un po' come quando si paragona il tremezzino alle lingue straniere: «Alla radio si ascoltano tante canzoni in inglese, non si capisce niente, ma piacciono lo stesso».
Fortunatamente, invece, almeno due generazioni di italiani hanno imparato un accettabile inglese proprio grazie alle canzoni e i nostri figli saranno quasi bilingui senza fare troppa fatica. E parliamo di politica. «La sua partecipazione al Festival di Sanremo ha contribuito sostanziosamente a liberarlo dall'identificazione di cantore dei territori padani e di interprete bandiera dell'estetica leghista» scrive "Il Messaggero, L'ora del Padano" titola impietosamente "Il Tempo": in entrambi i casi si tratta della reiterazione non solo di una forzatura che rasenta l'equivoco ma anche della negazione della sua già dimostrata inconsistenza. Dalla Lega Nord Van De Sfroos si è “smarcato” quasi immediatamente dichiarandosi “ateo politico”, comunque consapevole che tanti politici e militanti di quel partito lo apprezzano e ne cantano le canzoni. La domanda reale è un'altra: se quel partito ha i voti e i numeri per sedere in Parlamento e nelle varie amministrazioni, se nessuno lo ha dichiarato fuorilegge, allora perché dovrebbe essere vergognoso sostenerlo? Misteri romani. Quello che conta è che l'Ambra Jovinelli, quello di Petrolini, Totò e tanti altri, lunedì rasentava il sold out.

Alessio Brunialti

b.faverio

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