Mercoledì 27 Aprile 2011

Gad Lerner: "La tv
può insegnare a pensare"

Si può creare sapere anche con la televisione, sollecitando la capacità critica del pubblico: è la sfida che secondo Gad Lerner, giornalista di lungo corso e scrittore, da sei anni in video anni con "L'Infedele" su La7, il media più popolare deve e può affrontare. Lerner ne parlerà giovedì 28 aprile, nella chiesa di San Giacomo, con il sociologo Mauro Magatti per il terzo appuntamento de "Le Primavere di Como".
Che valore ha il sapere nella società di oggi, fortemente influenzata dalla tv?
È una vita, vent'anni per la precisione, che lavoro dentro a uno strumento, la televisione, che tende per sua natura a una forte semplificazione del sapere, con dei meccanismi di comunicazione che per essere efficaci sembra che debbano mortificare e impoverire il linguaggio e negare la complessità dei problemi che ci si presentano. E sono vent'anni che cerco di combattere contro questo luogo comune, divenuto un imperativo commerciale: sono convinto infatti del contrario, cioè che anche nella comunicazione di massa sia possibile sviluppare il pensiero critico dell'interlocutore, far pensare, sollecitare un bisogno di accrescimento del proprio sapere attraverso, appunto, una modalità problematica, introdurre l'idea che i problemi sono più complicati di quanto qualche povero slogan vorrebbe farci credere.
La tv quindi può diventare strumento di sapere?
Questa è la sfida, sfida che sembra difficile in quanto la relazione comunicativa in televisione è a senso unico, a casa tu sei semplicemente spettatore passivo e quindi sei portato istintivamente a cercare lo svago piuttosto che una dimensione di ricerca. E infatti il mio ideale di trasmissione di successo è quello che induce il telespettatore, una volta spenta la tv, a cercare per proprio conto perché gli sono rimaste dentro delle domande, a prendere in mano un libro, a ripensare quello che aveva dato per scontato e risolto, ad attivare il meccanismo della ricerca. In questo senso sì, anche la tv può diventare uno strumento che valorizza il sapere. Certo, questo è un metodo diverso dalla destrezza, dall'astuzia, dall'utilizzo del sapere da una posizione di potere per far passare un messaggio aproblematico e acritico.
La tendenza però sembra quella opposta...
C'è una tendenza, che è culturalmente trasversale perché accomunata da una logica di marketing, ad assecondare pulsioni e luoghi comuni, a rendere quindi semplice e piacevole la frequentazione passiva del mezzo, senza un utilizzo critico. Al contrario, nel mio lavoro non considero un rischio, ma un'opportunità, il fatto di proporre argomenti, tesi e dati sui quali il pubblico può anche non trovarsi d'accordo, anzi spesso chi mi segue si trova spiazzato, non condivide il mio punto di vista, ma questo lo induce a sviluppare una ricerca autonoma. Questo è il mio modo di intendere la professione di giornalista.
La scuola, così spesso sotto attacco, è ancora all'altezza del suo ruolo di creazione del sapere?
Il problema è che noi oggi viviamo una contrapposizione tra la formazione, e quindi anche il percorso scolastico, e la comunicazione di massa; sono due modalità che fanno scintille, che stridono fra loro. Non è un caso che il Presidente del Consiglio, che deve la sua fortuna politica e imprenditoriale alla tv commerciale, manifesti invece tanta ostilità nei confronti del percorso scolastico, che è per sua natura il contrario di quello televisivo, implica tempi di apprendimento lenti e necessita di criticità, di obiezioni, di spunti plurali. Non c'è dubbio che l'Italia soffra in modo massiccio di quel fenomeno che Tullio De Mauro ha descritto come analfabetismo di ritorno: ma questo è il prodotto di un paese nel quale il primato della tv sulla scuola è considerato un ordine naturale.

Barbara Faverio

b.faverio

© riproduzione riservata

Tags