Domenica 20 Maggio 2012

L'India "freddina"
di Mario Biondi

di Mario Biondi

India moderna.  Erano almeno vent'anni che pensavo a un viaggio in India. Ma mi trattenevano due cose. Prima di tutto il cacar dubbi di un vecchio amico, presunto grande viaggiatore. Era stato, a suo dire, in tutto l'Oriente, partendo dall'Italia con una Fiat 500. Non so quante volte gli ho chiesto suggerimenti appunto sull'India: dove andare per la prima volta?
La risposta era invariabilmente la stessa, con fronte aggrottata e pensosa: «Mah, sai, difficile dire: è un universo culturale, ci vuole una vita». Appunto, proprio perché la mia vita stava scorrendo inesorabilmente, da dove potevo cominciare per non arrivare troppo tardi? «Mah, sai, è un universo culturale…». Va be', d'accordo, ma almeno un aiutino… «Mah… è un universo culturale…». Così io niente India.
Intanto però mi stavo addentrando sempre più sulla Via della Seta: Iran, Turkmenistan, Uzbekistan, Kirghizistan, Cina… Fino a elaborare una delle tante teorie cervellotiche in cui mi piace perdermi. La vera Via della Seta, quella autentica, quella degli scambi tra la Sinae di Tolomeo (Cina) e la Roma dei Cesari, si snoda tutta a Nord dell'Himalaya. Le diramazioni a Sud sono spurie, inventate dai commerci in era imperial-britannica. Dunque, secondo me, i viaggiatori in Oriente si dividevano in due categorie distinte: quelli che andavano a Nord dell'Himalaya, fino alla Cina, e quelli che andavano a Sud di esso, India, eccetera. Così continuavo a rimandare il viaggio in quest'ultimo paese.
Ma non esiste teoria che non si possa modificare in seguito ad adeguata illuminazione, e la mia illuminazione è stata l'idea di tornare a casa una volta dal Tibet scavalcando finalmente l'Himalaya, passando ai piedi dell'Everest e scendendo in Nepal. Fulmine a ciel sereno: dopo di allora in Nepal sono stato altre 6 volte. Poi il Bhutan, con discreto godimento (anche se meno del previsto)… La mia teoria Nord-Sud era miseramente crollata: chi viaggia a Nord dell'Himalaya può benissimo viaggiare anche a Sud. Ecco dunque finalmente arrivato il momento di andare in India.
Singolare paese. A giudicare dalle notizie che arrivano fin qui non lo si direbbe precisamente una fotocopia della Svizzera o della Danimarca. Invece pare di doversi ricredere subito, non appena ci si trova a compilare il modulo online per la richiesta del visto. Tre pagine: ti chiedono anche la religione e dove è nato il papà (che magari uno non ha conosciuto). E il software del consolato è irritabilissimo, se appena commetti un minimo errore ti sbatte fuori e devi ricominciare la procedura da capo. Comunque, come Dio ha voluto, il modulo è stato compilato e presentato. Dopo 12 (dodici) giorni, non vedendo arrivare risposta, mi informo.
No, è la serafica risposta del funzionario indiano, lei ha commesso un errore di compilazione del modulo, quindi il visto le è stato negato. Oh, per Giove, visto negato? Era la prima volta in vita mia, su una quarantina di paesi visitati, di cui diversi davvero complicati. E quale mai errore, che cosa avevo sbagliato? Fruga e analizza, si scopre che il mio errore consiste nella data di scadenza del passaporto. Siccome è stato rilasciato il 16 luglio 2004, per analogia ho scritto 16 luglio 2014. Invece scade il 15 luglio 2014. Errore di un giorno fra due anni, più di due anni dopo il mio presunto ritorno a casa dall'India. Grave errore, evidentemente, tale da far rifiutare il visto. Naturalmente posso compilare il tutto di nuovo e ripresentare la domanda. Lo faccio, e finalmente il visto arriva.
Date le premesse uno penserebbe che New Delhi assomigli a Zurigo o Copenhagen. Invece no, non precisamente. Città cordialissima e a suo modo bella, ma mi avevano avvertito: «Non è un posto dove si giri comodamente a piedi». Infatti, neanche pensare di affrontare a piedi, alla mia veneranda età, quel brulicante dedalo di vialoni, sopraelevate, sottopassaggi, marciapiedi sconnessi, parchi aggrovigliati, calore e polvere. Il taxi è praticamente d'obbligo, e l'albergo è pronto a fornirmene quanti ne voglio, modernissimi. Infatti il taxista che arriva ha scoperto una delle grandi benedizioni (secondo lui) dell'Era Moderna: l'aria condizionata. Così, anche se al mattino ci sono intorno ai 22 gradi e stai benissimo con un golfino, lui implacabile ti spara addosso un getto di aria a 16 gradi. Tossendo e starnutendo cerchi di fargli capire che non sei interessato né alla surgelazione né alla criochirurgia. Niente da fare. Americani e inglesi hanno sempre caldo e vogliono così, ribatte lui, educatissimo e sorridente ma inflessibile. Puoi andare avanti tutta la vita a spiegargli che quella lacerante lama di aria gelida ti sta spaccando i bronchi. Lui guida serafico e non ti ascolta nemmeno, devi beccarti la tua bronchite e portarla in Italia. Cata sü e porta a  cà, come si diceva una volta… Comunque, tra uno starnuto e un colpo di tosse, le cose da vedere a New Delhi mi scorrono davanti agli occhi, ipertrofici e impettiti i cimeli dell'impero britannico (molto meglio quelli dell'Impero Italico, tutto sommato), belli quelli di Era Moghul, il Forte Rosso, la Moschea del Venerdì, il Minareto di Qtb eccetera, ma non trascendentali: d'altra parte la prossima meta (obbligatoria) del viaggio è Agra, vera capitale dell'impero Moghul, e l'aspettativa mette in secondo piano Delhi.
Questa parte di India è stata conquistata nel 1526 da uno dei miei numi tutelari, il turco-uzbeko Babur, nipote di Tamerlano e discendente per parte di madre da Gengiz Khan, fondatore della dinastia Moghul ("Mongola"), un impero favoloso. Se ho viaggiato tanto sulla Via della Seta è stato anche per seguire le sue mirabili tracce a partire da Samarcanda (Uzbekistan) via Osh (Kirghizistan).
Le cose straordinarie di questa parte del mondo le hanno lasciate lui e i suoi discendenti, grandi guerrieri, fini poeti, illuminati protettori delle arti. Per adesso "l'universo culturale India" in versione "moderna" mi lascia abbastanza freddo. E non soltanto per colpa dell'aria condizionata. Vedremo ad Agra…

(Prima puntata, continua)

v.fisogni

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