Domenica 24 Giugno 2012

Laura Curino: «Dalle fabbriche
al non lavoro, dramma di oggi»

MILANO Spesso, degli artisti, si dice che «vivono tra le nuvole», senza concretezza. Laura Curino rappresenta l'evidenza di quanto gli stereotipi siano falsi.
Anche in "Homo faber. Storie di vita e di lavoro", spettacolo che metterà in scena, per un'unica serata, martedì, alle 21, al Chiostro del Piccolo Teatro Grassi a Milano, si misurerà con un tema terribilmente concreto e problematico (informazioni al sito www.piccoloteatro.org).
L'occasione è "Fondata sul lavoro", manifestazione organizzata dall'assessorato alle Politiche per il lavoro, Sviluppo economico, Università e Ricerca del Comune di Milano e dal quotidiano online "Il Diario del lavoro" sulle tematiche del mondo dell'occupazione e dell'economia.
Gli ideatori non hanno scelto a caso lo spettacolo da affiancare al convegno. Come ben sa chi conosce Laura Curino, molti allestimenti dell'autrice-attrice torinese raccontano l'operosità umana, la fabbrica, il sogno d'impresa: da "Olivetti" al recente "Mani grandi senza fine, nascita e ascesa del design a Milano" si snoda il filo rosso che guida il racconto della narratrice.
- Signora Curino, dopo il grande successo invernale al Teatro Studio, eccola di nuovo al Piccolo per parlare ancora di lavoro. Come affronta il tema questa volta?
La serata nasce ad hoc per il convegno  e vuole essere un momento aperto alla città. Proporrò una serie di letture sceniche, divisa in tre parti tra passato, presente e futuro, cercando di seguire le evoluzioni del significato del lavoro: dalla "fatica" dei campi al mestiere della fabbrica, fino al non lavoro di oggi, con il dramma del precariato e della disoccupazione.
E il futuro?
Per parlare di domani, nella speranza di un miglioramento, per tutti, riprendo il modello olivettiano, che ben conosco, avendolo studiato per un precedente spettacolo. Mi piace guardare a Olivetti che, quando tutti licenziavano intorno a lui, ebbe il coraggio di investire, assumendo centinaia di lavoratori. Pensò a potenziare e non a delocalizzare, quando la sua azienda, globalizzata ante litteram, avrebbe potuto benissimo scegliere di abbassare i costi del lavoro, in altri luoghi del mondo.
A quali voci fa riferimento?
Leggo passi da diversi testi: da Primo Levi a Nuto Revelli per raccontare il lavoro di ieri, fino a tante voci contemporanee - Maria Antonia Fama, Incorvaia & Rimassa, Oliviero La Stella, Antonio Menna, Francesco Targhetta, Eleonora Voltolina - che, nei linguaggi del saggio, del romanzo, del verso poetico, narrano della mancanza di lavoro, della preoccupazione mista a voglia di farcela e a un'ironia che non guasta.
Si può anche sorridere quando manca il lavoro?
Il tema è drammatico, certamente. Sarebbe però davvero pericoloso avallare una logica di autocommiserazione, che è dannosissima soprattutto per i giovani, che vanno spronati, incoraggiati con parole alte, soprattutto in questo momento. Dobbiamo darci una possibilità e non pensare che tutto sia finito.
Il lavoro, come dicevamo, è un tema forte del suo teatro. Si è mai chiesta il perché?
Sono di Torino. Ho campato a fabbrica fin da quando sono nata. È quello il mio paesaggio emotivo. Ho sempre vissuto come un miracolo la creatività che porta a inventare macchine e strumenti. Il lavoro stesso è miracolo che ci definisce e ci completa. Per questo è un dramma quando viene a mancare.
Torino oggi vuol dire anche una probabile dismissione della Fiat. Come reagisce la città?
La città non si abbatte e reagisce di slancio, puntando sulla cultura e sul patrimonio pre Fiat. Forse non sarà la soluzione unica e definitiva, ma bisogna ripartire, dopotutto.
Sara Cerrato

Il quotidiano on line "Il Diario del lavoro" e il Comune di Milano proporranno dal 27 al 29 giugno a Milano una "tre giorni" di dibattiti su lavoro e legalità, lavoro e precarietà, lavoro e capitale

a.cavalcanti

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