Mercoledì 06 Maggio 2009

Paolo Jannacci studia al Conservatorio:
"Qui a Como trovo musicisti bravi e aperti"

Pianista compositore, arrangiatore, collaboratore di artisti come Dario Fo, Paolo Conte, Baglioni, Guccini, Gaber, Paolo Rossi, Chico Buarque, Ranieri, Vecchioni, Ornella Vanoni (con la quale è stata in tour fino a pochi giorni fa) Paolo Jannacci è ormai spesso a Como: non è raro incontrare il figlio del grande Enzo fra al Conservatorio.
Paolo, 37 anni, autore di album raffinati, fresco di produzione del suo ultimo Trio per la Universal, nonché di temi celeberrimi come la colonna sonora dello spot di una nota marca di automobili, ha parlato di sè alla vigilia dell’incontro Le canzoni intelligenti di Enzo Jannacci, omaggio all’arte del padre organizzato da Luca Marconi per le iniziative dell’ateneo destinate alla “popular Music”.
Paolo Jannacci a lezione in Conservatorio a Como. Come mai?
Capita, nella vita di musicista, di accorgerti che nella tua formazione ci sono delle mancanze: che potresti mantenere, fingendo con te stesso e con gli altri, oppure colmare. Così ho pensato di guardare ai corsi istituzionali di jazz nei Conservatori: ho iniziato ad informarmi nella mia città, Milano, ma, oltre a scontrarmi con le consuete burocrazie, ho trovato un ambiente “stranamente organizzato”. Su consiglio di amici ho consultato il sito del Conservatorio di Como e, da subito, ho respirato un’aria interessante, aperta.
Che musicista si definirebbe?
Ho iniziato a suonare il pianoforte  a quattro anni; mi sono diplomato in lingue e poi ho studiato filosofia, contemporaneamente sono stati miei maestri Tomelleri e Nicotra alla Scuola Musicale di Milano. Amo il jazz perché mette maggiormente in risalto la personalità dell’esecutore: anche il rock è entusiasmante, ma finisce per essere più costruito; i paletti sono limiti. Dentro il jazz sono eclettico: amo unire basi degli inizi e avanguardia, ma non mi so staccare dalle melodie europee: è giusto rimanere legati alla propria tradizione, anche se la si unisce a un contesto ritmico armonico d’oltreoceano.
Domanda inevitabile: cosa significa essere figlio d’arte e, soprattutto, di una personalità come quella di Enzo Jannacci?
Fondamentalmente, conoscere ed essere legato ad un artista importante, geniale, soprattutto puro: una persona che non conosce il grigio, vede la vita o bianca o nera. Si fida di me musicalmente e ha piacere di lavorare con me: di questo gli sono grato. Ad entrambi piace tutta la musica, tranne, forse, il liscio fatto male... Per il resto, come per tutti i figli d’arte mi sono ritrovato spesso di fronte ad un’aspettativa indicizzata, perché chi ti ascolta ti riconosce come figlio di una personalità, il che porta ad attendersi per forza un contesto importante e concentra un’attenzione maggiore. Dopo di che, bisogna essere se stessi ed io, fortunatamente, ho ricevuto finora critiche positive.
Con ciò, ogni settimana è a Como a studiare. Dunque, il connubio studio-soggettività esiste?
La soggettività anche nel jazz si è giustamente codificata in codici che vanno studiati. Come diceva Charlie Parker e cita spesso Carlo Morena nei suoi corsi, tu devi “studiare e dimenticarti”. Ma il primo passo è imprescindibile.
Stefano Lamon

c.colmegna

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