Sabato 16 Maggio 2009

I 70 anni di Biondi
il Volta e la mitica V B

di Mario Biondi

Il narratore è per sua natura un falsario. In genere non fa direttamente male a nessuno, ma è proprio un falsario. Il suo senso della realtà deve per forza essere del tutto personale: se sto facendo "finzione" narrativa devo inventare una realtà appunto "fittizia", ovvero finta, ovvero falsa. Così poi va a finire che, con il passare degli anni e addirittura dei decenni, il confine fra realtà "autentica" e realtà "fittizia" si fa a sempre più nebuloso: quella cosa lì l’ho veramente vissuta o l’ho soltanto inventata? Mmm… Da piccolo, qualsiasi cosa dicessi, il nonno Antonio Biondi mi replicava canticchiando "Bagulùn mi te credi no…". Io gli raccontavo quello che stavo imparando nel mio piccolo mondo infantile, e lui non ci credeva, ma in realtà a dire "bagole" era lui: diceva di chiamarsi Antonio, ma mormorii di famiglia lo dichiaravano "Pasquale". Sosteneva a spada tratta di essere nato il 29 febbraio, ma in realtà la sua venuta a questo mondo non era nemmeno avvenuta in un anno bisestile. Appiccicandomi l’etichetta di "bagulùn", comunque, ha forse dato il la al mio destino di falsario narratore. Ma i falsari innocui come me hanno da tempo una formidabile risorsa per riordinarsi le idee circa il vero e il fittizio della loro vicenda umana: le fotografie. E io, tra le moltissime, ne amo in particolare una, già mostrata su queste pagine: quella del 1949 in cui sono raffigurate insieme le due classi III e IV elementare di San Fermo. Ci sono tutti i miei compagni di allora: l’Enrica, la Fausta, la Lucia, la Ester, il Francesco, l’Aurelio, il Roberto, il Silvano, il Pierino… Chissà, forse, incontrandoli adesso, dopo 60 anni esatti, non li riconoscerei. E loro non riconoscerebbero me. Ma chi sarà stato, di loro, ad appiccicarmi il soprannome di "giurnalista"? Piano piano, attraverso le foto, le idee cominciano a riordinarsi, il fittizio nome Sant’Umbone, inventato per un romanzo, comincia ad avvicinarsi al reale San Fermo che gli ha fatto da modello, Prato Sant’Antonio ridiventa la zona tra Magreglio e Civenna, e così via. Le persone no: quelle narrative sono una cosa e quelle reali un’altra, che richiede un diverso rispetto, con ben diversi sentimenti e anche, purtroppo, dolori. Quindi ecco, continuando a scorrere le foto, quella della V ginnasio, al Volta, 1955. Accuditi dalle professoresse De Col, Saladino e Caizzi, siamo tutti lì, i 13 (tredici!) gatti della sezione B. E uno sarebbe addirittura scomparso tragicamente poco dopo, travolto dalla barca rovesciata nel lago. Il Porta, intelligente, bravo a scuola, spiritoso, ottimo amico: lasciò in tutti noi un vuoto terribile. Ma purtroppo, nel tempo, non è stato l’unico. Accanto a lui c’è l’irriverente farfallino di questo "bagulùn giurnalista", a quel punto gergalmente riconosciuto come "un cannone in italiano". Mah. Al capo opposto della foto ci sono due future eminenze, il primario ospedaliero Giura e il notaio Pedraglio. Non erano ancora con noi, in arrivo dal Gallio, il giudice Bodero Maccabeo e il combattivo Faverio. C’è però la Gianna Curi… E la Giulia Castelli. E gli altri. Non so come mai nella mia collezione non figura una foto della III liceo. Non l’abbiamo fatta? Strano, ma d’altra parte la nostra classe era tutta strana, A e B: si macchiò addirittura dell’onta di non fare la consueta dipartita dal Volta in diligenza dopo un’orazione irriverente e maccheronica davanti al portone. La più sensazionale fu quella che sentii declamare nel 1954 da Gabriele Cicardi. Un commiato da spellarsi le mani. Il severo professor Gelpi chiamato "animula vagula blandula", l’accigliata professoressa Sbezzi esornata di "falcettis cum martellis"… La nostra III, invece, niente. Non ne ho alcuna responsabilità, quell’anno sulla mia vita era calata la volontà della Federazione Italiana di Atletica Leggera: stavano per inserirmi nella rosa dei Probabili Olimpici 1960, mi portavano in giro da un allenamento collegiale all’altro. La maturità andò bene ugualmente, le Olimpiadi no. Ecco quindi le foto dello sport, la Comense 1872, con Nerio Fossati e Pierluigi Fattorini, più Bruni e Pisani. In cinque (3 + 1 e gli stessi 3 + un altro 1) riuscimmo a diventare campioni italiani di staffetta 4x400 e 4x100 in due giorni consecutivi, a Firenze, nel giugno 1958, mentre la mia maturità incombeva fosca. Fossati fu l’unico di noi ad andare alle Olimpiadi di Roma, Fattorini si fece onore con la maglia azzurra, io mi dovetti accontentare di quelle bianco azzurre degli juniores e degli universitari. E sì che, per cercar di onorare il giuramento olimpico da me sottoscritto, ero andato a fare il servizio militare in anticipo alle Fiamme Oro di Padova. Nel giro di un paio di mesi mi guadagnai un nuovo nomignolo, "De Strappettis": mi strappavo sempre, e la faccenda finì lì. Si erano già affacciati altri super campioni, tra cui Edoardo Bellotti, che adesso mi manda mail addirittura da Bali, dove è andato a vivere (da Erba). D’altra parte la vita ha portato in giro parecchio anche me, fino ai deserti dell’Africa, ai canyon dell’America e agli altipiani del Tibet. Come diceva una famosa canzone-poesia di Salvatore Adamo: è la mia vita, non posso farci niente, è lei che mi ha scelto…

v.fisogni

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