Lunedì 21 Settembre 2009

Trucidato nel '44 sul Lario
Il figlio ora cerca la verità

di Roberto Festorazzi

«Quando uccisero papà, io non ero ancora nato. Mia madre, infatti, era da poco incinta quando accadde il delitto». Inizia così il racconto di Claudio Rubino, uno dei tanti orfani di quella guerra civile che ha insanguinato l’Italia tra il 1943 e il 1945. Solo su mia insistenza, vincendo la propria ritrosia, l’uomo accetta per la prima volta di parlare. La sua tragedia famigliare si compie a Introzzo (Lc), un paese della Val Varrone, situato sopra il lago di Como. Claudio Rubino, salernitano, 64 anni, venne alla luce otto mesi dopo che suo padre venne orribilmente falciato da una banda di "partigiani". A oltre sessant’anni di distanza dai fatti, è stata la lettura di un mio libro, "San Donnino, cella 31", a spingere l’uomo a rimettere insieme i frammenti di un puzzle per tanti anni incompiuto. In alcune pagine del volume, ricostruivo il drammatico assassinio di suo padre Catello, avvenuto il 22 giugno 1944. La dinamica dell’omicidio è da film dell’orrore. Rubino, segretario comunale ad Introzzo, da poco trasferito ad altro incarico in quel di Lecco, era salito nel borgo della valle per riprendersi le sue cose, o forse per fare provvista di uova e di burro. Una specie di sventurata gita in cui lo accompagnavano la moglie Elvira Blasi e la loro figlioletta di quindici mesi, Maria Pia. Catello Rubino era un uomo di cinquantun anni, fascista convinto, ma anche cattolico praticante. Dalla sua Campania, dove aveva lavorato nelle pubbliche amministrazioni come impiegato, dopo la nascita della Repubblica sociale italiana aveva risalito la Penisola, allettato dalla possibilità di trovare un lavoro stabile per la sua famiglia. A Introzzo rimase cinque mesi, non molto benvoluto dalla popolazione locale che parlava quasi esclusivamente in dialetto e si vedeva arrivare un segretario comunale dal marcato accento meridionale. Il 21 giugno ’44, sceso dal battello con la sua famigliola, era stato subito avvertito del fatto che non era prudente salire a Introzzo: l’area era esposta alle scorribande di elementi "partigiani" capeggiati dal feroce comandante "Mina", alias Leopoldo Scalcini. Incurante di queste voci, aveva raggiunto il paesello, dove aveva pernottato nella sua vecchia abitazione situata nel palazzo comunale di via Roma. L’indomani pomeriggio, un gruppo di forsennati fece irruzione nella casa, uccidendo a freddo l’ormai ex segretario comunale. Una sventagliata di mitra ferì gravemente al volto la moglie e mancò, solo per pochi centimetri, la carrozzina della bimba. Insomma, una strage mancata. Elvira Blasi venne subito ricoverata all’ospedale di Bellano, dove fu salvata dal pronto intervento dei medici. Così come poté sopravvivere la creatura di poche settimane che portava in grembo. Claudio nacque nel febbraio del 1945 ed è lui, oggi, ad aver iniziato il percorso della memoria, a ritroso, sulle tracce di suo padre e della verità riguardo alla sua morte. Racconta: «Papà è stato, per molti anni, uno sconosciuto per me; anzi, nella testa del bimbo che fui e poi dell’adolescente, egli era un estraneo che cercava forzatamente di entrare nella mia vita e che io mi rifiutavo di accogliere. Solo in età adulta ho maturato il desiderio di scoprire le mie radici. Cominciai, perciò, ad interrogare dapprima tutti quelli che avevano conosciuto mio padre, e poi a raccogliere tutto il materiale documentale trovato in famiglia e tutto l’altro che riuscii a rintracciare in anagrafe». Rubino ha così potuto scoprire che suo padre Catello, nato a Salerno il 25 luglio 1893, nel ’22 aveva sposato una tale Angela, o Angiola, una vedova di undici anni più anziana di lui, dalla quale non ebbe figli. Militare di carriera, nel 1928 si congedò tuttavia dall’esercito col grado di capitano, trovando un impiego dapprima al Comune di Salerno e successivamente in altre amministrazioni della Provincia o del Napoletano. Finché, ormai cinquantenne, formò una nuova famiglia, sposando Elvira, conosciuta a Napoli: una donna di vent’anni più giovane. Con la nuova compagna e con la piccola Maria Pia, verso la fine del ’43, o al principio del ’44, si trasferì a Nord. Era dunque un individuo innocuo che "teneva famiglia": non certo un brutale rastrellatore di partigiani. Lo shock dell’assassinio di Rubino attivò una catena di solidarietà dentro la sua famiglia. Una zia di Claudio, Amelia, accorse sul Lario per aiutare la giovane vedova. Rievoca lo stesso Rubino: «Zia Amelia, quando seppe dell’accaduto, da Bonassola, un paesino sulla riviera di Levante, con un viaggio avventuroso non privo anche di rischi, raggiunse l’ospedale di Bellano, dov’era ricoverata mia madre. Dopo la sua guarigione, le due donne riuscirono a trovare una sistemazione provvisoria a Como, arrangiandosi come poterono fin quando, alla mia nascita, si separarono. Io rimasi con zia Amelia, ch’era sposata ma senza figli, e con lei sono cresciuto e ho potuto studiare. Mia sorella fu molto, molto meno fortunata di me. Mia madre, infatti, decise di tornare a Napoli con lei. Qui trovò lavoro come ricamatrice, ch’era quello che faceva prima di incontrare quel suo destino tragico, ma fu costretta a lasciare Maria Pia in un Istituto di suore dove è rimasta fino a diciott’anni». Alla tragedia della guerra fratricida si aggiunge il dramma della separazione. «Zia Amelia, dopo la guerra, quando il marito si imbarcò sulle petroliere in navigazione nel Golfo del Messico, da Bonassola si trasferì a Rivello, in Lucania». L’odissea termina con la riunificazione della famiglia a Salerno, dove Claudio Rubino ha potuto rivedere, oltre alla madre, anche la sorella. Elvira Blasi è morta a 87 anni, nel 2000. Da lei, il figlio non ha potuto ricavare una sola parola su chi fosse suo padre. La storia di Catello Rubino è stata calata nella sua tomba, nel cimitero di Bellano, e con lui è rimasta sepolta per tutti questi interminabili anni di silenzio. Ora rivive per volontà di un figlio che vuole sapere la verità. Un bimbo che non era ancora nato quando uccisero suo padre.

v.fisogni

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