Alda Merini: ecco perché  la sua voce resta

Alda Merini: ecco perché

la sua voce resta

Il critico Fulvio Panzeri interviene

in difesa della poetessa: «Un ritratto della sofferenza»

Non ho mai pubblicato poesie sul Web: per mettere insieme la mia prima raccolta di poesie ci sono voluti vent’anni, seguito dai consigli di un artista severissimo come Testori. Non ho mai sgomitato per avere un posto al sole nella poesia italiana. Ho partecipato a soli due premi: uno l’ho vinto nel 1979, a ventidue anni. Con l’altro a metà degli anni Ottanta (era il Premio Ada Negri a Lodi) ero arrivato secondo e a vincerlo, giustamente, era stata una poetessa che allora non conoscevo, Alda Merini. In questi anni di militanza letteraria ho preferito fare il critico (non di poesia) e il curatore e mi sono fatto un’idea precisa. Prima di stroncare bisogna conoscere la storia degli scrittori, che siano essi poeti o narratori, non conta e distinguere tra complessità dell’opera e ricezione da parte dei lettori. Non è colpa del poeta o della poetessa se riesce ad entrare nelle corde più sensibili dei lettori, se la sua parola è in grado di farsi sensibile ad un bisogno di chi legge.

Gli “irregolari”

La storia di Alda Merini non è diversa da quella di tanti “irregolari” della letteratura italiana del Novecento, da Dino Campana a Clemente Rebora fino ad Antonia Pozzi e a Giovanni Testori, poeti che hanno patito l’isolamento critico, decenni di oblio e di dimenticanza, grandi silenzi e che poi sono stati riscoperti e riportati alla luce, anche con opere che non si possono definire “capolavori” ma rappresentano “punti di passaggio” per ricostruire un percorso esistenziale e letterario che procede parallelo. Però è necessario che quel percorso venga delineato, perché all’interno dello stesso è possibile ritrovare i punti di forza, quelle tappe fondamentali, che rappresentano un picco verticale, quelli che permettono di definire quel “ruolo” di importanza all’interno del canone della letteratura italiana del Novecento.

E di punti di forza la poesia della Merini ne ha più di uno, legati al lavoro fatto con critici di alto livello (ad esempio Maria Corti, di cui tutti conosciamo il lavoro svolto in fatto di filologia e di cura dell’inedito) e scrittori amici, come nel caso di Ambrogio Borsani. Cito due nomi su tutti, per dire che la fragilità emotiva della poetessa aveva bisogno di “guide” che indirizzassero il suo bisogno inesauribile di parola, che l’aiutassero a riconoscere il punto fermo della propria produzione.

Percorso teso

Del resto il “sodalizio” tra critico e poeta o tra scrittore e scrittore, presuppone un colloquio che favorisce la nascita dei libri, che li migliora, che riesce a mettere in luce il meglio, a rendere teso il percorso di una raccolta poetica.

Non è colpa della Merini se sono usciti libri che non le rendono merito, soprattutto quelli postumi e credo che in una valutazione di merito, si debba contemplare l’opera pubblicata quando lei era in vita. Siccome già questa è un’opera vasta, bisognerebbe leggerla tutta (Mondadori, anni fa, aveva pubblicato un grosso volume di più cinquecento pagine, con un’attenta curatela) e non basarsi su quanto riporta il Web. Lo studio critico e letterario da sempre si è svolto nelle biblioteche, cercando le opere che compongono l’opera. E di opere di grande valore se ne trovano più di una, da “La Terra Santa”, pubblicato nel 1984, da uno dei più grandi e raffinati editori italiani, Vanni Scheiwiller a “Testamento”, curato da Giovanni Raboni, per Crocetti (1988), da “Vuoto d’amore”, uscito nel 1991, nella serie bianca di Einaudi, con la cura di Maria Corti, alla quale si deve, nella stessa collana, l’antologia “Fiore di poesia (1951-1997), fino ai libri pubblicati da Frassinelli, con la cura di Arnoldo Mosca Mondadori, di cui ricordiamo “La carne degli angeli” (2003), illustrato da venti opere inedite del grande Mimmo Paladino.

Libro acuminato

Per dire che un poeta non è “niente”, bisogna averlo studiato, attraversato nella sua parola, per poter fare i “distinguo”. La Merini resta un’irregolare, una “non integrata”, un ritratto della sofferenza, altissimo nella sua poesia e lancinante in quell’acuminato libro in prosa poetica che le ha ridato la voce, a metà degli anni Ottanta, “L’altra verità. Diario di una diversa”, presentata nientemeno che da Giorgio Manganelli ed edito sempre da Scheiwiller. Lì c’è la sua realtà, lì c’è la piaga del suo vivere, lì rivive la sua “Terra Santa” che merita rispetto. Lo sberleffo dura poco. I libri importanti della Merini restano, anche se non si trovano sul Web.

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