Anna Frank, il ricordo  nella brezza dell’Engadina

Anna Frank, il ricordo

nella brezza dell’Engadina

Sergio Marzorati e la Giornata della Memoria

Lo scrittore racconta la visita al monumento
di Sils che diffonde un suono come di xilòfono

A farla a piedi, si ha quasi la sensazione di inerpicarsi, tanto è ripida la salita dalla piazza dove in inverno sostano le slitte e in piena stagione turistica carretti variopinti per una gita al ghiacciaio della Val di Fex. Meno male che non supera il chilometro; e poco dopo l’hotel Waldhaus, al limite di un bosco assai fitto di abeti, larici, pini, e dove l’asfalto diviene sentiero, s’incontra il monumento dedicato ad Anna Frank. Un’alta stele di metallo lucente la cui cima si anima dei simboli delle diverse religioni nel mondo, e di pesci, emblemi di Sils-Maria, radunati in un cerchio di metallo. Ho scritto animarsi perché gli oggetti sono appesi liberamente, e per la brezza che spira da quell’altitudine si muovono creando un suono leggero simile a un lontano xilòfono.

Il respiro delle conifere

Su un rialzo, una panchina permette di osservare meglio il movimento dell’insieme di quegli oggetti anch’essi di metallo. Il loro muoversi lieve fa quasi pensare che il respiro di tutto quel folto di conifere vi aliti contro, e non la brezza. Un monumento, commissionato dal professor Andreas-Piter Bloch allo scultore Paul Gughelmann, per ricordare il soggiorno estivo di Anna Frank nel 1935, e rinnovato nel 1936, presso stretti parenti, gli Spitzer e gli Elias. Di quest’ultima famiglia, il cugino Buddy, nel documentario che la Radio Svizzera trasmise anni orsono nel programma “Segno dei tempi”, ci narra molte cose che riguardano Anna: il suo carattere fermo, la sua gioia di vivere, il suo amore per il teatro e il suo piacere di recitare.

La prima volta dinnanzi al monumento, che nel pieno sole pareva illuminarsi come per magia, pensai molto al destino di quella ragazzina ebrea tanto dotata per la prosa da far dubitare qualche recensore dell’autenticità dei suoi scritti. E pensando ad Anna, ricordavo il suo sogno di diventare scrittrice famosa, ma non ebbe tempo per sapere che il suo Diario sarebbe divenuto un best seller nel secondo dopoguerra, che un film venne girato sulla sua vita e fu tratto un dramma teatrale di grande successo dalla Compagnia dei Giovani, interprete principale una efficace Annamaria Guarnieri; e che delle scuole furono intestate al suo nome. Infine, questo monumento nella cittadina engadinese tanto amata da Nietzsche quanto l’aveva amata lei, bambina. E la foto qui riprodotta non fu scattata da me, ma la seconda volta, quando vi tornai con gli amici Cavalleri e le foto furono fatte da Elisabetta.

La dedica di una poesia

Non ultima cosa, qualcuno di cui non ricordo il nome, le dedicò una poesia su una rivista che pubblicava soltanto poesie. E rammento alcuni versi, soprattutto quelli conclusivi: “Ad ogni estate un corale di fiori / rinnova la memoria di una vita / che ti fu tolta appena adolescente / per gettarla nell’Ade a Bergen-Belsen”.

Bergen-Belsen – un lager nazista dove Anna, sedicenne, morirà di tifo, con la sorella maggiore Margot, nel 1945 – Francoforte sul Meno – sua città natale, in una famiglia benestante ebrea – Amsterdam – città dove la famiglia si rifugia per salvarsi dalle persecuzioni naziste e dove Anna studierà in una scuola ebraica che pratica il metodo Montessori. Ma due date sono importanti nella breve vita di Anna: il suo tredicesimo genetliaco, quando il padre Otto fa dono alla figlia, quel venerdì 12 giugno 1942, di un Diario, apportatore della futura “immortalità” di Anna. L’altra data, veramente triste, maggio 1940, l’occupazione nazi dell’Olanda, che spingerà Otto Frank a creare quell’alloggio segreto – più tardi denunciato da qualche voce femminile infame – nell’ufficio della sua azienda, ceduta ai suoi impiegati fedelissimi, in Prinsengracht 263.

Oggi, annualmente, a migliaia i visitatori vi si pigiano per conoscere quello che fu l’alloggio segreto, dove Anna ha scritto il suo diario, dove sin dal primo giorno di convivenza non nasconde la sua preferenza per il padre, a suo dire il solo in famiglia a capirla, e i suoi sentimenti ribelli contro la madre, dettati da gelosia per una presunta preferenza nei riguardi di Margot.

«Come ho potuto?»

Pagine che il padre aveva purgato per la prima edizione del Diario del 1947 in difesa della memoria della moglie morta a Auschwitz nel gennaio del ’45. Eppure proprio Anna aveva scritto, il 2 gennaio ’44, un ampio mea-culpa: «Quella mattina… mi sono messa a sfogliare il diario… l’argomento madre è trattato con parole così dure che mi sono chiesta: Anna, ma sei proprio tu a parlare d’odio? Oh, Anna, come hai potuto?».

E per concludere: «Mi metto in pace la coscienza pensando che le insolenze è meglio averle messe sulla carta piuttosto che la mamma se le debba portare nel cuore» (uso la traduzione di Laura Pignatti, per l’edizione integrale Einaudi Tascabili Letteratura 552).

Nelle rare volte che sono stato ad Amsterdam, ho sempre visitato quell’alloggio segreto, e sempre, nella camera di Anna, mi sono soffermato sulle foto che aveva appiccicato a una parete, di dive cinematografiche, o da ritagli di giornale, e che molti di noi, in gioventù hanno ammirato: Loretta Joung, la Garbo, Simone Simon. Tra gli attori Anna ammirava Ray Milland. E in quella camera aveva scritto dei suoi sentimenti, del suo amore per Peter, confessato le sue debolezze, i suoi desideri, le sue collere, confidandoli spesso ammirevolmente dettagliati a quell’amica immaginaria, Kitty, che poi era lei stessa. A volte con lirismo e psicologia interessanti: «… splende il sole, il cielo è azzurro intenso, soffia un venticello meraviglioso e vorrei tanto… vorrei… tutto… Parlare, essere libera, avere amici, essere sola… Penso che sia la primavera, avverto il risveglio, lo sento nel corpo e nell’anima…». O affidava le sue speranze nascoste: «Ho la sensazione che Peter e io abbiamo in comune un segreto, quando mi guarda con quegli occhi e quel sorriso ammiccante, dentro mi si accende una lucetta. Spero che possa continuare così, che possiamo trascorrere ancora tante ore piacevoli insieme».

Questo, lo scriveva nel marzo 1944. Non poteva certo presupporre che un anno dopo esatto, in quello stesso mese, non sarebbe stata più tra i vivi.

Solo il suo monumento engadinese avrebbe, un giorno di quel mese stesso, continuato a ricordarla, se l’aria delle altezze poteva diffondergli attorno quel suono soffuso di xilòfono.


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