Domenica 13 Ottobre 2013

Manzoni e Conte

L’incontro a Lecco

Paolo Conte, 76 anni, sarà a Lecco sabatoper ritirare al Teatro della Società il Premio Manzoni alla Carriera

Lecco

Paolo Conte arriva a Lecco senza kazoo e vibrafono, soltanto- e scusate se è poco - per affabulare, con la sua voce corroborante come il ratafià e il gesto pigro di antico gentiluomo piemontese, pronto a raccontarsi un po’ di sbieco, come usa fare quando canta, piegando la testa sul microfono.

Il Premio letterario internazionale “Alessandro Manzoni” gli conferirà, sabato 19 ottobre alle 18, al Teatro della Società (ingresso libero), un riconoscimento alla Carriera, per le molte e visibili testimonianze di “solidarietà” del suo mondo musicale e fantastico con quello delle lettere, grazie ai testi delle sue canzoni, racconti in musica di evidenti suggestioni, e alla passione personale per la letteratura, seconda soltanto a quella per la pittura.

Artista immenso

«Restano nella memoria melodie e parole che hanno accompagnato la nostra vita, donandole magicamente un senso, come la poesia sa fare», si legge nella motivazione del Premio, assegnato dal presidente Matteo Collura e dai giurati Gian Luigi Daccò, Arnaldo Di Benedetto, Gianmarco Gaspari, Giovanna Rosa, Francesco Spera e Maria Grazia Rabiolo. Quest’anno a Lecco ci sarà anche il Club Tenco, che collabora all’evento e che sarà rappresentato sul palco dal direttore artistico Enrico De Angelis e dallo storico presentatore Antonio Silva, chiamati a dialogare con Conte insieme a Daccò. A condurre le danze Vittorio Colombo, responsabile del quotidiano “La Provincia di Lecco”, che è storicamente media partner del Premio Manzoni.

Note di poesia

L’Avvocato ha 76 anni e dal 2010 non pubblica un album – l’ultimo, “Nelson”, l’ha dedicato alla memoria del suo cane – ma continua a fare tournée (il 24 ottobre sarà a Bruxelles e il 26 ad Amsterdam, mentre il 29 novembre terrà un concerto benefico al Lingotto di Torino) e ad affascinare il pubblico con il suo approccio arruffato e ruvido, a volte quasi sonnambulo, mentre tutto intorno si materializzano mondi altri, grazie a sonorità vibratili come baffi di gatto.

Conte non scrive poesie ma poesia è il suo essere artista, ciò che sa trasmettere con un accordo, un giro di frase, con quei suoni colorati che trafiggono come il sole d’agosto e non se ne vanno più.

Trascinato sul palcoscenico a rappresentare con la sua voce «oscura e nascosta» un immaginario ricchissimo e senza tempo, rimane un uomo che si diverte di più quando sta solo, attento come pochi alla vita semplice di ogni giorno, un «borghese di provincia», con la passione divorante per il disegno (e la pittura di Massimo Campigli) ancor prima della musica.

Un pittore di paesaggi umani, attento a ogni sfumatura somatica, a ogni gesto e a ogni profumo, caratteristica che l’accomuna per esempio a Piero Chiara, di cui è avido lettore, come lui indagatore negli angoli nascosti, nei “cassetti segreti” della psiche.

«Sono come lui un buon annusatore», ci ha detto in una passata intervista, «e ne condivido la velocità di messa a fuoco, per me necessità, nei tre minuti di una canzone, per lui essenza stilistica».

Un cantautore, Paolo Conte, che ha bisogno di lasciar sedimentare il vissuto, di distillare ogni esperienza e umore, ogni incontro o illusione, visiva o sonora: «non si può scrivere di attualità, bisogna aspettare che passi».

La passione per Verdi

Fervente ammiratore di Giuseppe Verdi, con il quale ha in comune una certa orsaggine, la fierezza di uomo di campagna attaccato alla terra, e la capacità di piegare la parola alla volontà della musica, trae ispirazione dalla memoria, dagli anni dell’adolescenza trascorsi ad ascoltare i dischi americani di jazz – Louis Armstrong, Fats Waller e Jell Roll Morton – ma anche il Rabagliati di “Ma l’amore no” e la voce voluttuosa di Zarah Leander in “Warum”.

«Mi sento più musicista che scrittore di testi. Ho incominciato a scrivere perché volevo avere il controllo totale della canzone, sono così per temperamento. All’inizio lo facevo con qualche disperazione, poi divertendomi. La nostra lingua, così precisa, mi crea non poche difficoltà d’espressione, devo tagliare la coda alle parole per farle entrare nella gabbia musicale», ricordò allora l’autore di “Onda su onda”, lamentandosi perché la vita di oggi gli pareva ormai ridotta a consumismo, usa e getta e numeri.

Lui va avanti con un pianoforte e i sogni di ragazzo, e quando i colori della musica gli si mescolano davanti agli occhi una storia è già nata, i suoi personaggi ci sono accanto e battono con noi, all’unisono, il ritmo della vita.

Mario Chiodetti

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