Ma quale spritz a Como  Da noi è bianco sporco
Quello del bianco sporco è stato sempre un rito di grande sobrietà

Ma quale spritz a Como

Da noi è bianco sporco

L’idea di Slow Food è quella di riportare nei menu il vero, unico aperitivo dei comaschi

Un aperitivo km0. O della memoria. Un porto sicuro per chi della Como del dopoguerra serba un ricordo vissuto in prima persona ma anche per chi l’atmosfera di quegli anni se la porta nel cuore attraverso il racconto magari di un genitore.

Più di cento persone, domenica sera, hanno celebrato le virtù del “bianco sporco”, il vero, unico, aperitivo dei comaschi quando a dire “spritz” si rischiava di venire fulminati da un’occhiataccia. «Era un rito da celebrare con sobrietà, un bicchiere scioglieva l’eloquio per dare seguito alla chiacchiera su sport e politica, con due bicchieri si rischiava di finire al tappeto ed è per questo che la misura era una regola generalmente osservata», dice Antonio Moglia , portavoce di Slow Food, ideatore della mobilitazione per valorizzare l’aperitivo della tradizione comasca. Ad accompagnare il “bianco sporco”, del resto, non si poteva certo pensare all’esotico bengodi di certi happy hour che oggi vanno per la maggiore. Allora, sul bancone c’erano soltanto tre cose: patatine, olive e noccioline. E nessuno si lamentava. «Allora quello c’era e sembrava tantissimo - continua Moglia -, l’aperitivo era un intervallo tra la giornata lavorativa e la cena in famiglia, nulla di simile a ciò che è diventato oggi, non a caso è stato coniato il termine apericena».

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