Il numero che unisce  i nostri cuori

Il numero che unisce

i nostri cuori

I numeri, sembrerebbe, non sono di alcun servizio a chi cerca di descrivere il dolore. Infinite volte li abbiamo incontrati nei libri di storia, buttati lì a misurare la ferocia di una battaglia o la letalità di una guerra; altrettanto spesso li abbiamo letti nelle cronache, chiamati a circoscrivere i danni umani di una catastrofe o di un’azione terroristica. Non ci hanno mai lasciato indifferenti, ma neppure, dobbiamo ammetterlo, ci hanno curvato la schiena con il giusto peso emotivo di un evento doloroso né sgomentato aprendoci gli occhi davanti all’ampiezza insanabile di una tragedia. Sono numeri: si prestano a tante cose, non a evocare ciò che solo l’esperienza diretta vale a renderci partecipi, ovvero coinvolti in un destino che finalmente sentiamo nostro quanto quello altrui.

Eppure, esistono numeri capaci di affrancarsi dalla statistica e assumere connotati più vicini alle palpitazioni dell’umanità, al suo naturale smarrimento, e si prestano al risveglio di quelle che Proust chiamava “intermittenze del cuore”.

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