Il suicidio perfetto dopo 5 anni di nulla

Se il Pd a Bologna non vincesse le elezioni comunali al primo turno e poi, non contento, non ce la facesse nemmeno al secondo e, addirittura, riuscisse nell’impresa napoleonica di non arrivare neppure al ballottaggio, ecco, il tonfo clamoroso sarebbe equivalente a quello che è riuscito a causare il centrodestra a Como.

Perché è questo, a una settimana dal voto decisivo per l’elezione del nuovo sindaco della città, quello che è successo. Il 12 giugno Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia hanno fatto scappare dalle urne una popolazione che per ragioni storiche note a tutti è tra le più moderate, anzi, per dire le cose con il loro nome, tra le più conservatrici d’Italia e con tutta probabilità succederà lo stesso il 26. Un disastro. Una Caporetto mai vista da quando siamo entrati nell’era dell’elezione diretta.

Un suicidio perfetto che ha radici profondissime, rese plastiche, metaforiche, dai cinque anni della giunta Landriscina, di certo la peggiore degli ultimi decenni e contro la quale La Provincia ha condotto, in scienza e coscienza, una radicale, quotidiana e benemerita campagna giornalistica, motivata di certo non dal suo colore politico, ma dalla sua insuperabile, imbarazzante, a tratti grottesca insipienza. E state sereni - anche a futura memoria -: quando questo giornale decide di far saltare un sindaco, quel sindaco salta. Che se poi associamo le malefatte amministrative di questa giunta all’esperienza del sindaco Bruni, che ha concluso il suo aureo percorso nelle cronache giudiziarie, tutto ciò la dice lunga su come un patrimonio politico liberal-conservatore di altissima caratura accumulato negli anni d’oro sia via via degradato a livelli sempre più bassi, sempre più infimi, sempre più ridicoli, in termini di personale politico e amministrativo – ci hanno rifilato come assessori certi sarchiaponi coi cernecchi da avanspettacolo - e, di conseguenza, di scelte strategiche per il futuro della città e del territorio.

Questo è quanto. E onestamente fa sorridere l’infantilismo dell’io non c’entro, non è colpa mia, è colpa sua, io non c’ero, se c’ero dormivo, se dormivo sognavo di non esserci ed è colpa dei comunisti, è colpa dei qualunquisti, è colpa dei radical chic, è colpa della stampa di regime e bla bla bla. Prima regola del comando: ogni cosa è colpa tua. Se chi aveva le redini del potere nel centrodestra ha sbagliato tutte le scelte, ora faccia la cortesia di assumersene la responsabilità. E magari di togliersi dai piedi. Tra l’altro, non è certo colpevole di questo disastro elettorale il candidato sindaco Giordano Molteni - persona specchiata, competente e gradevolissima - che si è ritrovato a capo di un’alleanza che in più di un’occasione ha dato l’impressione di giocare per perdere, tali e tanti erano le coltellate che si scambiavano i cosiddetti alleati che avrebbero dovuto sostenerlo.

Ma ormai è fatta. E ora la faccenda diventa interessante. I due protagonisti del ballottaggio ci arrivano sull’onda di un notevole successo elettorale e personale. Barbara Minghetti ha messo in opera - come ha scritto qualche giorno fa il nostro Francesco Angelini - quel campo largo vagheggiato da Enrico Letta, cioè un’alleanza che va dalla sinistra e dagli ambientalisti ai moderati centristi, fino a sfiorare il 40% in una città che, come detto, ha una matrice politica molto diversa. Un dato davvero rilevante, anche perché supportato da un programma di larga e coraggiosa visione del futuro. Allo stesso modo, Alessandro Rapinese ha messo in piedi in perfetta solitudine un esperimento di civismo laico di impressionante efficacia, capace di drenare tanta parte dei voti dei conservatori (ma non solo) non rappresentati dai partiti, soprattutto da quelli di destra. Arrivando così quasi al 30% in un momento storico assai poco favorevole agli “anti casta”, basti pensare allo sfascio dei 5Stelle e alle difficoltà forse irrisolvibili della Lega salviniana (l’altra, invece, ha ancora un grande futuro…). Un successo vero, che piaccia o non piaccia.

Rapinese è molto preparato, su questo obiettivamente non c’è gara, molto sul pezzo, molto aggressivo (anche se a questo giro ha per fortuna abbassato i toni da polemista), molto efficace nel corpo a corpo. Minghetti porta con sé un profilo di manager culturale di livello nazionale, ha una notevole empatia con i suoi elettori e una capacità relazionale che va molto al di là della convalle e che potrebbe rappresentare un valore aggiunto per la città. Sono due bei candidati, oggettivamente, di certo non confinabili nello stereotipo del demagogo populista (lui) o nella maschera dei poteri forti (lei): sono due accuse che non reggono, due caricature, due argomenti da campagna elettorale che non stanno in piedi. Entrambi sono molto di più e molto meglio di questo.

Ora la chiave è semplice. Gli ottomila voti raccolti da Molteni. Sono quelli che decideranno le elezioni. Minghetti parte da dodicimila, Rapinese pure lui da ottomila. Premesso che con tutta probabilità chi non ha votato al primo turno non voterà neppure al secondo, bisogna capire se Rapinese avrà la forza, l’intuito e le parole giuste per convincere larga parte degli elettori di Molteni che il vero rappresentante della Como moderata e conservatrice è lui, non Lega, FdI e Forza Italia, e che lui è in grado di portare a casa quello che quei tre non sono stati capaci di fare in questo sciagurato ventennio. Se così sarà, avrà vinto le elezioni. Se invece questi staranno a casa oppure anche in piccola parte si fideranno di più della pacatezza e degli orizzonti tutt’altro che estremisti dell’alleanza della Minghetti, allora sarà lei a prevalere. Comunque vada sarà una novità assoluta. O la prima donna, e già questa sarebbe una rivoluzione da queste parti. O il primo sindaco totalmente slegato dai partiti, una specie di nuovo Pizzarotti, un caso da studiare anche a livello nazionale. Il resto sono solo le ceneri del centrodestra: che qualcuno dia due colpi di ramazza e qualcuno di presentabile ci metta la faccia, per cortesia.

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