Le parole? Sono  ancora importanti

Le parole? Sono

ancora importanti

In una sequenza memorabile di “Palombella rossa”, film noioso, irritante e narcisista, ma al contempo profetico e profondissimo, un deputato del Pci viene intervistato da una giornalista modaiola e petulante - una vera cretina, se si può ancora dire - che lo subissa di banalità quali “kitsch”, “cheap”, “matrimonio a pezzi”, “non sono alle prime armi”. Lui cerca di argomentare, ma l’altra va avanti a forza di frasi fatte fino a quando il suo livello di insofferenza diventa talmente insostenibile che le tira due ceffoni urlando come un pazzo: “Ma come parla? Come parla? Le parole sono importanti!”.

La scena è giustamente celebre e rappresenta il meglio del film di Nanni Moretti, che nella primavera del 1989 aveva preconizzato il crollo del comunismo italiano e del suo sistema di valori, ma soprattutto aveva messo le mani e i piedi nel vero male della stagione del cosiddetto riflusso. Finite le ideologie, conclusa la parabola tragica del terrorismo e delle appartenenze non era però sbocciata, rigogliosa come un topinambur, quella della libertà dell’individuo pensante e dell’esercizio critico della ragione, ma quella del conformismo, del consumismo, dell’ignoranza sistematica, del marketing sociale, un’epoca buia e cloroformizzante nella quale le parole erano destinate a perdere via via il loro significato per diventare slogan, bandierine, post, tweet.

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