L’emergenza e la qualità
del ceto politico

Non ce ne vogliano gli assidui frequentatori di questo spazio se ancora una volta si imbatteranno in una metafora di Fantozzi. Ma il genio di Paolo Villaggio è tale da superare i confini del tempo. Il pensiero va alla memorabile scena delle elezioni, “ovviamente anticipate” in cui lo sventurato ragioniere si rende conto che non può sbagliare voto pena un avvenire di vacche magre per sé e famiglia e va completamente nel pallone con allucinazioni di leader politici che cercano di convincerlo. Alla fine sarà una fragorosa scheda nulla.

Ecco, gli italiani di questo 2022 con le elezioni politiche “ovviamente anticipate” sono come Fantozzi. La loro scelta, se sbagliata, rischia di rovinarli definitivamente. Perché l’ulteriore impennata del prezzo del gas, divenuto insostenibile per famiglie e aziende, ha rappresentato una bella secchiata d’acqua gelida sui sogni propinati dai capi partito agli italiani: flat tax, aumento delle retribuzioni agli insegnanti e così sproloquiando.

Invece la dura realtà sarà quella di contrastare la gelata autunnale sui prezzi di tutto, perché tutto si tiene. Forse Carlo Calenda esagera quando propone di interrompere la campagna elettorale, ma certo è il caso di ritarare le promesse e soprattutto cercare davvero questa volta di risolvere i problemi, cosa che negli ultimi lustri è stata l’ultima delle preoccupazioni dei rappresentanti del popolo.

Il voto appunto diventa decisivo. E la memoria rimanda ad altre occasioni in cui gli elettori si trovarono davanti a scelte cruciali. Su tutte quella del fatidico 18 aprile del 1948, quello della scelta di campo tra due ideologie e due sistemi di vita: la democrazia occidentale e il totalitarismo del socialismo reale. Gli italiani, ormai nessuno può negarlo, decisero per il loro bene e si affidarono alla Democrazia Cristiana guidata da Alcide De Gasperi. Già, solo a sentire questo nome viene da trasecolare pensando alla qualità di quel ceto politico. Si poteva scegliere tra lo statista trentino, Palmiro Togliatti, Pietro Nenni, Luigi Einaudi, Ferruccio Parri, Giuseppe Saragat e tanti altri che, a prescindere da come la pensavano, erano preparati e tutti attrezzati a risolvere il problema. E infatti l’Italia, uscita a brandelli dalla seconda guerra mondiale, grazie a questo ceto politico di governo, ma anche di opposizione culturale oltre che politica, riuscì a diventare in pochi anni una delle principali potenze economiche mondiali. Ci pensarono i politici arrivati dopo a contribuire a cambiare le cose, per fortuna non troppo in peggio, almeno fino a oggi, quando le emergenze esterne hanno riportato il nostro paese nel frullatore della speculazione mondiale.

Chi ha buona memoria può fare un paragone tra i giganti di allora e quelli che ci sono oggi, con tutto il rispetto, e precipitarsi a mettere le mani nei capelli. E allora che fare? Perché questi sono ciò che passa il convento. Magari proprio loro, i politici che si stanno scannando in campagna elettorale, potrebbero valutare l’opportunità di dare tutti un contributo costruttivo al tentativo di risolvere i pesanti problemi in arrivo. La contrapposizione e i personalismi, oggi più che mai, fanno solo danni. E magari qualche ambizione, legittima, ma forse non troppo opportuna potrebbe essere riposta nel fodero. Così come dovrebbe emergere che tra fare opposizione e governare ci sarebbe differenza: vedi alla voce rigassificatore di Piombino.

Un altro precedente storico, il più eclatante di molti altri, riguarda la Gran Bretagna all’epoca dell’offensiva nazista che aveva dato il via alla seconda guerra mondiale. Fu formato un governo di unità nazionale, guidato dalla personalità più adatta alla situazione, Winston Churchill, in cui conservatori e laburisti si erano trovati a collaborare. Finita l’emergenza erano state indette le elezioni e il capo dell’esecutivo che aveva vinto la guerra si era trovato sconfitto.

Tutto questo per ricordare come le situazioni straordinarie, tra cui l’emergenza economica, produttiva e sociale che entrerà nel vivo tra poco tempo, richiedano soluzioni fuori dall’ordinario. Sarebbe il caso che le forze politiche lo comprendano e riescano, per una volta, dimenticarsi del proprio orticello e andare a faticare con la zappa nel terreno comune, dandosi una mano l’un l’altro. Una volta passata la bufera, magari grazie al un gentlemen agreement si potrebbe tornare al voto, l’uno contro l’altro armati. In caso contrario, il 25 settembre, si correrà il rischio di trasformare gli elettori impauriti, disorientati e alle prese con bollette astronomiche, in tanti Fantozzi e vadano a votare scheda nulla, o, soprattutto rimangano a casa. Un errore, ma comprensibile, e indotto da una campagna elettorale rissosa e lontana dai problemi veri, seppur spiacevoli e difficili da risolvere. Alle promesse ci si penserà la prossima volta. Perché, come dicevano gli antichi, “primum vivere, deinde philosophari”, cioè che la filosofia è bella e utile, ma la vita quotidiana è più importante e arriva prima.

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