Zio Silvio, Giorgia e il dream team

Si sa che in ogni famiglia che si rispetti, al pranzo di Natale c’è uno zio che alza troppo il gomito, inizia a sparlare e colleziona figure imbarazzanti. Nel Natale (non di Roma, per carità) del centrodestra che si apprestava a stendere la tovaglia e il servizio buono per il nuovo governo a guida Giorgia Meloni, questa parte è interpretata da Silvio Berlusconi che martedì e ieri ne ha fatte più di Carlo in Francia per mandare di traverso tutto alla sua leader prima ancora che questa potesse sedersi a tavola.

Ma quella dello zio Cavaliere che, c’è da esserne certi, continuerà a festeggiare (figurati se poi davvero l’amico e “l’uomo di pace” Putin proseguirà a rifornirlo di vodka, e comunque l’ex premier è molto più lucido di quanto possa apparire), non è l’unica grana del primo esecutivo in Italia guidato da una donna e per questo già vittima dei soliti deprecabili atteggiamenti politicamente sessisti degli alleati (vedrete Salvini appena avrà incassato i ministri…). L’altra è la difficoltà ad attrarre quel personale di alto profilo annunciato dalla leader di Fratelli d’Italia, l’unica del suo schieramento e non solo ad aver mantenuto la testa ben saldata sulle spalle pur avendo tanti motivi, almeno quanti i voti ricevuti, per perderla. Purtroppo non è bastato per trovare un tecnico di vaglia da piazzare all’economia. E per forza, chi aveva voglia di bruciarsi con le promesse elettorali di flat tax senza la minima idea delle coperture? Così toccherà a Giancarlo Giorgetti, uno dei nomi spendibili del Carroccio infilare i guanti di amianto per prendere in mano la patata. Gli unici tecnici di cui sono ricchi i totonomi per i vari ministeri sono perlopiù sconosciuti al grande pubblico, con la sola eccezione di Carlo Nordio, destinato alla giustizia, ma solo perché magistrato in passato alle prese con inchieste sulle Brigate Rosse e sul Mose di Venezia. Per i ministeri politici si è provveduto, stando alle indiscrezioni, all’inossidabile Cencelli e anche ai soliti noti: Fitto, Calderoli, Urso, Casellati, Bernini, Musumeci, Santanché ecc.. La domanda che va per la maggiore è come faranno di fronte a ciò che aspetta il paese tra caro bollette e guerra russo ucraina che si inasprisce e rischia di allargarsi e degenerare ulteriormente?

Tra i bookmakers di palazzo si abbassano le quote pagabili per una durata breve del governo Meloni che oltretutto si ritrova addosso, anche per merito del solito zio e delle sue attestazioni pro Putin, lo sguardo occhiuto di tutta l’Europa e del Dipartimento di Stato americano, per tacer dei soliti britannici.

Perché l’Italia, geopoliticamente strategica e tra i fondatori dell’Unione, non è un’Ungheria o una Polonia qualsiasi. Insomma, di fronte a queste prospettive ci vorrebbe un dream team che forse farebbe comunque fatica e non questa che rischia di trasformarsi in un’Armata Brancaleone, immagine favorita anche dai connotati un po’ caricaturali dei neo presidenti di Camera e Senato.

Del resto, questo è il destino della destra in Italia. Non riuscire a rendersi presentabile e attrattiva nei salotti buoni, dove invece perfino uno come Bertinotti a sinistra era stra coccolato e ascoltato.

In “Caterina va in città” film di Paolo Virzì c’è una scena emblematica: quella in cui Claudio Amendola, in veste di parlamentare della destra post Fiuggi si reca, con tanto di auto blu, a un matrimonio di “camerati” e si infastidisce per le tante performance “macchiettistiche” a cui deve assistere. Ecco quella è un po’ la metafora di una destra che, per la sua storia rimasta legata per decenni, anche a certe pose “staraciane” e incapace di evolvere verso la liberaldemocrazia, incarnata oggi più o meno e per un beffardo incidente della storia, soprattutto da “zio Silvio”, non riesce a diventare credibile. E non per colpa di Giorgia Meloni che ce la sta davvero mettendo tutto. Ma non si sa se ce la farà.

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