Il comandante ucciso con tre colpi al cuore, come un’esecuzione

A sangue freddo Il primo sparato quando vittima e brigadiere erano in piedi, gli altri con il maresciallo a terra. La morte istantanea: per Furceri, che aveva già lasciato la pistola in cassaforte, è stato impossibile reagire e salvarsi

Tre colpi al cuore e al polmone. Tutti esplosi a distanza ravvicinata, senza appoggiare l’arma al petto ma comunque non da molto più indietro. Il primo già mortale, entrato con una traiettoria perfettamente orizzontale, gli altri due esplosi con il corpo steso a terra, dunque con una traiettoria più diagonale. No, il luogotenente Doriano Furceri, comandante della stazione dei carabinieri di Asso, non poteva essere salvato. Nemmeno con una irruzione immediata. Nemmeno se i Gis fossero arrivati pochi secondi dopo che il brigadiere Antonio Milia si era asserragliato all’interno della caserma.

Già il primo colpo sarebbe stato comunque letale, in grado di uccidere. E gli altri due sono stati per finirlo, in quella che appare come una vera e propria esecuzione.

Sono questi gli elementi che emergono in modo chiaro dall’autopsia che è stata eseguita dall’anatomopatologo dell’ospedale Sant’Anna di Como, Giovanni Scola, per conto della procura militare di Verona che ha in carico il fascicolo su quanto avvenuto nella stazione dell’Arma del Triangolo Lariano. Confermato anche che il primo colpo esploso da Milia con la pistola d’ordinanza è stato sparato quando sia il brigadiere sia il suo comandante erano ancora in piedi, uno di fronte all’altro, a pochissima distanza il primo dal secondo ma senza appoggiare l’arma sul petto del luogotenente. Una traiettoria dunque perfettamente orizzontale. La dinamica di quanto accaduto da qui in avanti era già nota. Furceri cade a terra, con il volto rivolto verso l’alto. Milia si avvicina, si china un po’ verso il basso ed esplode altri due colpi, entrambi sempre al cuore. Uno dei proiettili arriva a perforare anche il polmone.

Il luogotenente Furceri, rientrando negli alloggi, aveva già lasciato la propria pistola in cassaforte.

Non ci sono dubbi sul fatto che il comandante fosse già a terra, perché i proiettili, impattando in uscita con le piastrelle, avrebbero lasciato i segni di una piccola fiammata. Colpi dunque esplosi con la volontà di uccidere senza lasciare il tempo al comandante di reagire, senza dire una parola, trovandosi nel punto in cui il luogotenente sarebbe per forza passato prima di risalire negli alloggi e raggiungere la famiglia. Milia non avrebbe dovuto essere in quel punto, in quanto in ferie. E soprattutto non avrebbe dovuto (e potuto) essere in quel punto armato. Chi non era armato era Furceri, che rientrando negli alloggi aveva già lasciato la propria pistola in cassaforte.

Pare inoltre che i proiettili nell’arma del brigadiere fossero 14 e non 15, in quanto la Beretta 92 non era stata più usata da quando, a inizio anno, aveva esploso quel colpo di pistola nel suo alloggio che aveva dato il via a tutta una serie di accertamenti che avevano condotto a togliergli l’arma d’ordinanza. Pistola che gli era stata restituita solo il 18 di ottobre, pochi giorni prima dell’omicidio del suo comandante. Insomma, Milia – che aveva sostenuto di girare armato perché spaventato da non meglio precisati pericoli e di essere sceso in caserma per verificare un problema al telefono – secondo la sua versione si sarebbe trovato accidentalmente di fronte al comandante, sparando in seguito ad un presunto sorriso che aveva interpretato di scherno. Tuttavia, Milia ben avrebbe potuto sapere che a quell’ora (alle 17) la caserma era ormai deserta, se non per il piantone fermo nella sua guardiola. E avrebbe anche potuto sapere che di fronte si sarebbe trovato Furceri, oltretutto disarmato. Potrebbero anche essere coincidenze. Ma il quadro contro il brigadiere si fa ora dopo ora sempre più complicato.

© RIPRODUZIONE RISERVATA