La famiglia del sub morto negli abissi del lago ha chiesto di fare accertamenti sul suo respiratore

Tavernerio L’avvocato dei famigliari Livio ha chiesto alla Procura di avere a disposizione l’attrezzatura. L’ipotesi da accertare è che possa essersi verificato un malfunzionamento nella fase di emersione

Sono due i punti da chiarire il merito alla tragica immersione costata la vita a Fabio Livio, 41 anni di Tavernerio, non riemerso domenica dopo essere sceso ad oltre 100 metri di profondità nelle acque del Lago di Como, al Moregallo. Interrogativi su cui la famiglia della vittima, che ha nominato due avvocati per assisterli in questa straziante vicenda, chiede informazioni ed anche una serie di accertamenti tecnici, partendo dall’autopsia per arrivare alla possibilità di far analizzare l’attrezzatura ad un proprio consulente per scoprire eventuali avarie all’impianto di respirazione denominato «a circuito chiuso». Istanza che è già stata formalizzata dai legali Pierpaolo Lilvio e Riccardo Guido e che è stata depositata sul tavolo per pubblico ministero incaricato del fascicolo.

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Senza maschera

Il primo punto riguarda il perché Fabio fosse senza maschera, a circa cento metri dalla superficie del lago. Il secondo, ancora più inspiegabile, è perché non stesse utilizzando il respiratore con il mix di gas adatti a quella profondità, una modalità (a circuito chiuso appunto) che deve essere impiegata sotto i quaranta metri di immersione.

Cosa potrebbe essere successo prima? Parte da queste risposte che mancano l’iniziativa della famiglia della vittima che, tramite i due legali, ha chiesto in tal senso degli accertamenti sull’attrezzatura che è sotto sequestro. E’ complicato parlare di queste cose per chi non è pratico di immersioni. E’ certo tuttavia che qualcosa, nelle profondità del Lario, è accaduto fino a condurre alla tragedia. Da quanto è stato possibile ricostruire, Fabio e l’amico avevano scelto di immergersi al Moregallo ma non, come era parso in un primo momento, per raggiungere le “Macchine”, bensì una zona chiamata “Sassoni” posta a -109 metri. Raggiunto il punto indicato, quando il compagno di immersione si è girato, non ha più trovato Fabio che era invece circa cinque metri più in alto. Quando l’amico l’ha raggiunto, il quarantunenne era già senza maschera e con il sistema di respirazione non adatto a queste profondità. Ogni sub ha tuttavia una sorta di scatola nera, un computer che registra tutto quello che avviene e da quell’analisi potrebbero uscire le risposte attese dalla famiglia.

L’ipotesi – insomma – è che possa esserci stato un cattivo funzionamento dell’attrezzatura che abbia portato il sub comasco ad andare in difficoltà fino all’esito fatale, avvenuto dopo che il compagno di immersione aveva anche tentato di salvarlo (rischiando a sua volta molto) raggiungendolo, mettendogli una maschera per poi portarlo fino a 80 metri quando poi è sprofondato di nuovo.

L’esperto

I due sub pare stessero preparando una immersione – sempre sotto i 100 metri – in Liguria e per questo si stavano allenando nel Lago di Como. «Quel punto lo usiamo come una sorta di palestra – ci ha confermato ieri Diego Crippa, esperto subacqueo che conosceva i due sub coinvolti nell’incidente mortale – Se c’è stato un malfunzionamento potrebbe essere stato registrato dal “dive computer” che credo sia nelle mani delle forze di polizia».

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