I segreti del linguaggio dei segni «Capirsi, che grande emozione»

L’utilizzo della “Lis” Imparare a comunicare attraverso i “gesti” non è facile ma esistono corsi che consentono a chiunque di avvicinarsi a questa “lingua”

I segreti del linguaggio dei segni «Capirsi, che grande emozione»
Chiara Bianchi (a sinistra) e Alice Massarenti

Esperienze differenti, unite da un obiettivo comune: la curiosità e la voglia di aiutare gli altri. Alice Massarenti e Chiara Bianchi si sono avvicinate al percorso di conoscenza della Lis in modo diverso: «È iniziato tutto quando ero molto piccolina - racconta la prima -. Era estate e mi trovavo in un parco divertimenti con mio papà. Mentre stavamo aspettando il nostro turno per salire sulla giostra, davanti a noi c’erano un padre e suo figlio che si guardavano con facce perplesse. Dopo pochi istanti si sono girati verso di noi e hanno iniziato a fare dei segni a noi incomprensibili. Quello è stato il mio primo approccio - disastroso - verso quella che poi ho scoperto essere la Lingua dei segni. Quel fatto ha lasciato in me un po’ di tristezza, per non essere stata in grado di capire e sostenere qualcuno che in quel momento aveva bisogno di me. Queste emozioni hanno provocato in me la voglia di conoscenza, per cui ho deciso che prima o poi avrei voluto fare un corso di Lis».

Creatività e pazienza

Per Chiara l’approccio è avvenuto, come per molti, guardando il telegiornale: «Fin da piccola vedevo queste persone che facevano dei segni seguendo il parlato dei conduttori e la cosa mi affascinava. Crescendo, i miei studi mi hanno portato a lavorare con le disabilità - soprattutto quelle dei bambini - ed entrando in questo mondo mi sono accorta che la mia conoscenza e il mio sostegno non avrebbero potuto considerarsi completi se non fossi riuscita ad adottare un metodo che potesse aiutare anche le persone con difficoltà comunicative». Tramite un amico che presta servizio presso l’Associazione La Fenice di Cermenate, Chiara e Alice hanno scoperto che stava per iniziare un corso dedicato all’argomento e così, piene di aspettative e tanta curiosità, si sono tuffate nell’avventura: «Il nostro percorso, iniziato in periodo Covid, si è svolto tramite video lezioni; pur essendoci uno schermo a dividerci, il gruppo si è mostrato da subito unito e desideroso di imparare. Dopo la prima lezione con la nostra insegnante Roberta abbiamo passato le successive settimane attendendo impazienti che arrivasse il nostro incontro del lunedì per poter imparare sempre qualcosa di nuovo. Quest’anno, fortunatamente, possiamo partecipare fisicamente agli incontri e dobbiamo dire che, trovandoci in presenza, possiamo toccare con mano ciò che stiamo imparando. Siamo state molto fortunate perché la nostra insegnante è una persona veramente capace di trasmettere la sua passione e la sua conoscenza con grande simpatia, creatività e tanta pazienza. Nelle lezioni non si usano parole, ma solo segni e - per quanto sia dura - questo ci aiuta nella comprensione e nella conoscenza di molti vocaboli usati nella Lis». Con Chiara e Alice – e le altre nostre compagne di corso – quest’anno ci sono anche io, Dalila. Come Chiara, avevo conoscenza della Lis tramite le trasmissioni televisive che ne prevedevano l’uso; nel 2013, poi, Daniele Silvestri ha scritto “A bocca chiusa” e, come spesso accade, tramite la musica e i suoi messaggi mi sono avvicinata a quel mondo. Non ho mai approfondito la conoscenza della lingua dei segni, ma pian piano ho cominciato a fare attenzione ad alcune situazioni, a cercare di comprenderle, a immaginare quali fossero le sensazioni provate in un mondo senza suoni – o senza i suoni che sono abituata ad ascoltare e a conoscere. Conosco La Fenice – e la stessa Roberta - da tempo: ho letto come una sorta di “segno” l’occasione che si stava presentando e che valeva la pena cogliere.

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