Il benessere degli animali, fattore centrale per una nuova linea di prodotti

Il caso A Fumagalli Industria Alimentari la certificazione delle buone prassi. Una linea dedicata di salumi: rigidi standard su allevamento e uso di farmaci

Una nuova linea di prodotti certificati sarà la proposta di Fumagalli Industria Alimentari per la fiera di Parma di fine marzo.

Si tratta di affettati prodotti secondo i criteri dello standard Kiwa che prevede il rispetto del benessere animale, prodotti 100% italiani e un uso responsabile dei farmaci, in coerenza con un percorso che l’azienda alimentare di Tavernerio percorre da tempo, mantenendo un forte legame con il territorio ed espandendo il mercato di riferimento all’estero.

L’origine

La famiglia Fumagalli, poco prima del 1920, era proprietaria di un negozio di salumeria a Meda, a cui venne affiancato un piccolo laboratorio di trasformazione delle carni suine. All’inizio degli anni Trenta si avviò l’attività industriale e il processo di espansione. Il gruppo ha un fatturato di 57 milioni, per 4 milioni di chili di materie prime prodotte e lavorate ogni anno all’interno della propria filiera. Giunta alla quarta generazione, la maggior parte della produzione Fumagalli segue gli standard definiti da Compassion in World Farming, la principale organizzazione internazionale no profit che si occupa della protezione e del benessere degli animali negli allevamenti. Da anni esempio per tutto il settore, tra i riconoscimenti per il suo impegno nel produrre salumi in modo etico, in occasione dell’Expo di Milano del 2015, Compassion in World Farming l’ha insignita della Menzione d’Onore Good Pig per il benessere delle scrofe.

Nel 2016 la stessa organizzazione le ha assegnato il premio Good Pig. L’azienda è stata poi scelta nel 2017 dalla Commissione europea come esempio di Best practice per la gestione del benessere animale nei suoi allevamenti, nello specifico per l’eliminazione di mutilazioni delle code e della dentatura. Dal 2018 Fumagalli ha ottenuto la certificazione internazionale Kiwa PAI con tre livelli: bronzo, argento e oro, sulla base degli elevati standard di animal welfare.

La reputazione internazionale ha favorito le esportazioni: Fumagalli vende il 70% della sua produzione in oltre 20 paesi esteri, tra i quali Giappone, paesi scandinavi, Regno Unito e Svizzera, mercati particolarmente attenti ai temi della sostenibilità e del benessere animale, argomenti al centro delle le scelte aziendali.

Di recente due allevamenti dell’azienda sono stati scelti sempre dalla Commissione europea per un video istituzionale da condividere con i suinicoltori dell’Ue nella ricerca del modo più sostenibile per l’allevamento animale. L’azienda comasca è stata ritenuta virtuosa per il suo sistema di filiera e di tracciabilità completo, perché produce, gestisce e controlla l’intero processo, dalla genetica fino al prodotto finito.

Il percorso

«Da oltre 20 anni la nostra azienda - ha spiegato Pietro Pizzagalli, direttore generale della Fumagalli Industria Alimentari e medico veterinario - ha come focus il benessere degli animali. Abbiamo osservato a lungo il loro comportamento e questo ha consentito di assicurarci che le condizioni di allevamento fossero adatte a soddisfare ogni specifica esigenza, con riscontri eccellenti nel conseguente miglioramento, non solo etico, ma anche del rendimento in termini di qualità di carne prodotta».

Sono state inoltre potenziate le condizioni igieniche: «Questo ha comportato un aumento della forza lavoro e di costi - ha proseguito Pizzagalli - ma la transizione a un sistema di allevamento che tutela gli animali fornisce un’importante e reale opportunità per i suinicoltori non solo dal punto di vista dell’immagine, ma anche per aumentare la propria redditività stando al passo con le tendenze del mercato: occorre essere competitivi e fare attenzione alle esigenze dei consumatori, che valutano sì la qualità del prodotto ma, con sempre più attenzione, anche la modalità della sua produzione. Un allevamento etico favorisce la diversificazione dei prodotti e l’accesso a segmenti di mercato sensibili».

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