Il diabete di tipo 1 e lo sport: l’esercizio fisico è una cura

Il diabetologo Carrano: «È tempo di eliminare il falso problema dell’attività sportiva nei diabetici, agonistica e non». Muoversi permette di aumentare l’insulino sensibilità, ed è un’ottima forma di prevenzione per molte patologie

Lo sport è benefico per i pazienti con diabete di tipo 1 e questa condizione non è un limite all’attività sportiva a livello agonistico. Ancora oggi però gli atleti con diabete non possono partecipare ai gruppi sportivi militari. Un tema di cui si è parlato anche in occasione della sigla di un protocollo d’intesa per la promozione di stili di vita sani e campagne di sensibilizzazione e di screening sul diabete e l’obesità nel mondo dello sport, tra il Coni, l’Intergruppo Parlamentare Obesità e Diabete e la Federazione Società Scientifica di Diabetologia (Fesdi), costituita dalla Società Italiana di Diabetologia (Sif) e dall’Associazione Medici Diabetologici (Amd).

Da tempo si chiede che questa preclusione venga eliminata per dare l’opportunità agli atleti italiani con diabete di tipo 1 di poter raggiungere gli obiettivi di carriera sperati grazie anche alle opportunità possibili all’interno dei gruppi sportivi militari. Anche perché, come sottolineano gli specialisti, non c’è nessun motivo, in termini di rischi per la salute dell’atleta stesso, per limitare il loro ingresso in questi gruppi.

Un mito da sfatare

È vero, il diabete di tipo 1 è una malattia che prevede una terapia a vita, ma lo sport non può che essere benefico per ridurre i rischi e le complicanze.

«Si tratta di una forma di diabete che insorge nelle persone giovani – spiega Giuseppe Carrano, diabetologo e direttore del Distretto Como-Campione d’Italia - che per poter vivere hanno bisogno di una terapia insulinica. Le cause di insorgenza sono di tipo autoimmune, a differenza del diabete di tipo 2, dove il paziente ha una produzione di insulina che non è efficace per il controllo della glicemia, nel diabete d tipo 1 il pancreas non è in grado di produrre insulina e di conseguenza questa deve essere integrata». La terapia, come detto, è l’insulina che lo scorso anno ha compiuto cento anni dalla sua scoperta. Era il 1922, infatti, quando è stata inoculata per la prima volta un’insulina estratta dal pancreas di un bovino. «Oggi l’insulina è combinata e ricostruita in laboratorio – prosegue lo specialista – e può essere somministrata o con erogatore da iniettare sottocute o attraverso dei microinfusori, e cioè dei piccoli apparecchi che somministrano insulina quando necessario».

Se, come sottolinea il medico, negli ultimi cinque anni non si sono registrate particolari novità in termini di terapie, sono invece arrivate diversi ritrovati tecnologici che consentono una somministrazione del farmaco sempre più precisa. Questo a vantaggio sia dei più piccoli che degli sportivi. «Sfruttando degli algoritmi – sottolinea Carrano – vengono registrati gli zuccheri assunti duranti i pasti e il microinfusore è in grado di iniettare automaticamente l’insulina quando necessario».

Fondamentale, inoltre, sfatare il mito che le persone con diabete di tipo 1 non possono praticare sport ad alti livelli. «Più che sfatare – dice il diabetologo – dobbiamo proprio cancellare il falso problema dell’attività fisica agonistica e non. L’esercizio fisico è in grado di aumentare l’insulino sensibilità che è la capacità di diminuire la glicemia da parte dell’insulina a livello del muscolo e del grasso». Va detto che l’attività fisica deve essere eseguita sotto controllo medico in quanto ogni diabetico di tipo 1 ha una sua reazione all’insulina. «Questo dipende da molti fattori – precisa – come il peso, l’altezza, il tipo di attività sportiva, ma anche dalla genetica, ecco perché il medico deve personalizzare la terapia».

Tutto questo però non esclude l’opportunità di fare sport a livello agonistico e di provare a costruire una carriera sportiva. «L’attività fisica è il miglior antidoto per la prevenzione e per il contrasto di molte patologie, come evidenziato da numerosi riscontri scientifici – ha commentato il presidente del Coni Giovanni Malagò in occasione della sigla del protocollo d’intesa -Ci sono casi emblematici di grandi campioni affetti dal diabete, penso tra gli altri al leggendario campione di canottaggio Steve Redgrave, che credo debbano essere un esempio da seguire per comprendere la forza e l’importanza dello sport. So che è precluso l’ingresso nei gruppi sportivi militari alle atlete e agli atleti colpiti da questa malattia e contribuiremo alla sensibilizzazione delle istituzioni preposte per favorire la rimozione di questa limitazione».

Sotto costante monitoraggio

L’eliminazione di questa preclusione è l’auspicio non solo di diabetici e di rappresentanti del mondo dello sport, ma anche dei tanti specialisti che ogni giorno si prendono cura dei propri pazienti. «Oggi quasi tutte le società sportive – conferma il medico – accolgono le persone che hanno il diabete, quindi, è tempo che anche i gruppi sportivi militari facciano altrettanto». Lo scorso fine settimana, proprio per sensibilizzare le persone sulla validità del connubio sport e diabete di tipo 1, l’associazione diabetici Larius ha promosso una Trail Running sui sentieri del Triangolo Lariano proprio per atleti con diabete. «Il messaggio che si è voluto dare – evidenzia lo specialista – è che il diabete non è un limite, è una condizione che necessita si di attenzione, però non ha limite».

Fondamentale, come detto, che allenamento e prestazione in gara siano costantemente monitorati dal diabetologo affinché la terapia somministrata sia sartoriale. «Non è solo il diabetologo a seguire l’atleta o il diabetico – spiega ancora Carrano – ci sono diverse figure che fanno parte di un team che vede la presenza di infermieri, di dietisti e, laddove necessario, anche di medici dello sport. È un vero e proprio gioco di squadra».

Non esiste una prevenzione primaria per il diabete di tipo 1, esiste però una prevenzione per scongiurare le complicanze e che passa da un’attenta adesione alle terapie e a corretti stili di vita. Il diabete di tipo 1, se non trattato nel modo corretto, può andare a danneggiare gli organi e in particolare cuore, occhi e reni, con conseguenze anche gravi.

Il 45% non fa esercizio

L’esercizio fisico - come ricordano le realtà che hanno firmato il protocollo per promuovere la pratica sportiva e l’attività fisica e motoria come pilastri per la prevenzione e la cura di diabete e obesità - nonostante sia un fattore determinante per la salute degli individui, è poco praticato. Secondo l’ultimo rilevamento di Eurobarometro, nell’Unione europea il 45% delle persone afferma di non fare mai esercizio fisico o praticare sport e una persona su tre ha livelli insufficienti di attività fisica. La conseguenza è l’insorgere di milioni di casi di malattie che peggiorano la salute delle persone e gravano sulle economie dei singoli paesi. Il rapporto congiunto dell’Oms e dell’Ocse “Step up! Affrontare il peso dell’insufficiente attività fisica in Europa” evidenzia che, con un aumento dell’attività fisica a 150 minuti a settimana, si eviterebbero in Europa 11,5 milioni di nuovi casi di malattie non trasmissibili entro il 2050, tra cui: 3,8 milioni di casi di malattie cardiovascolari, 1 milione di casi di diabete di tipo 2, oltre 400mila casi di diversi tumori. In particolare, le più importanti cause di rischio neoplastico hanno l’obesità ai primi posti e la glicemia elevata a digiuno al quinto posto. In Italia il costo dell’inattività fisica è stimato a 1,3 miliardi di euro nei prossimi 30 anni.

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