Como, migranti
Non servono gli slogan

I candidati sindaco usano le pinze, qualcun altro la clava. C’è un tema della campagna elettorale per il Comune di Como su cui il dibattito ha tonalità diverse. E si capisce il perché. La questione dei migranti, quelli ospitati nel centro di via Regina Teodolinda e coloro che potrebbero giungere, come l’estate scorsa, per tentare invano di superare il confine con la Svizzera, è spinosa e scivolosa. E rischia di ripercuotersi sul voto che domenica deciderà chi governerà la città nei prossimi 5 anni. I due contendenti i alla carica di primo cittadino, Mario Landriscina e Maurizio Traglio, come detto, cercano di tenere un profilo basso. Non così le forze politiche che li sostengono o potrebbero appoggiarli. Il dibattito è animato, anche troppo, come succede spesso, soprattutto sui social. E in maniera anche sguaiata. Ieri, un candidato nella lista Fratelli d’Italia, Enrico Levrini, ha postato l’immagine di un manifesto degli anni ’40 del secolo scorso in cui è raffigurato un uomo di colore che usa violenza a una donna bianca con l’invito a difenderla “perché potrebbe essere tua madre, tua moglie e tua sorella”. Non ce ne voglia il signore in questione, ma sembra impossibile fare di peggio con un razzismo oltre che gretto finanche banale nel suo essere stereotipato. Stereotipi che sia pure, per fortuna ,in maniera meno rozza, si ritrovano anche dall’altra parte dove a volte si fa finte di ignorare che, tra le pieghe dell’accoglienza, emergono elementi legati alla sicurezza. Lo testimoniano le cronache degli scorsi giorni che hanno registrato la presenza di migranti in ambiti di criminalità.

Per cercare di venirne a una in una questione che presenta una complessità gigantesca che certo non può essere ridotta e risolta nell’ambito amministrativo, sarebbe innanzitutto buona cosa ammetterne l’esistenza. L’ambito comunale, oltretutto, è investito in maniera diretta dall’enorme problema dei minori non accompagnati, ai quali in quanto tali, non si può pensare di negare l’assistenza. E comunque il dibattito non può esaurirsi nello scontro tra la cultura dell’accoglienza senza se e senza ma e quella, altrettanto tranchant, di muri e dei respingimenti indiscriminati. Como, l’estate scorsa, ha fatto emergere una comunità di volontari che è riuscita in maniera più che ottimale ad affiancare le istituzioni e a contribuire a ridurre i disagi non solo per chi aveva bisogno di un giaciglio, di un pasto e di igiene, ma anche per i cittadini. Non dimentichiamo e ripartiamo da questo dato. Il nuovo sindaco deve essere consapevole che non esistono ricette istantanee, che dovrà avere la capacità, assieme alle altre istituzioni di favorire il processo di convivenza senza tensioni e senza dimenticare la natura di frontiera della città. Che chi arriva da lontano è innanzitutto una persona come le altre, e come loro può fare del bene o del male. E che dovrà interloquire con i tanti soggetti impegnati sul versante dell’immigrazione, istituzionali e non, e avere ben chiara la consapevolezza che con gli slogan magari si porta a casa qualche voto in più, ma non si governa una comunità in maniera adeguata.

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