Formare i giovani  per il lavoro che cambia

Formare i giovani

per il lavoro che cambia

La testa e le mani, lo studio e il lavoro. Se quest’epoca di crisi ha mandato all’aria tante nostre certezze, ha anche creato e unito nuovi concetti: oggi non esistono più professioni soltanto manuali, che pur meritano tutto il rispetto perché hanno costruito l’economia e il mondo non meno delle altre. Vale per il manifatturiero, è vero persino per l’agricoltura che sempre più passa anche dall’uso del computer e dello smartphone.

Una rivoluzione che è stata molto rapida, forse troppo rispetto alla nostra mentalità così lenta a cambiare. Alzi la mano chi non si stupisce entrando in un’officina - o in un’azienda che produce alimenti per fare esempi diversi - e trovando al lavoro tecnici con il camice immacolato.

Ci sembra strano, come strano appare che di fronte a tante persone senza lavoro (ieri l’Istat annunciava il calo del tasso della disoccupazione, ma ricordiamo che quella giovanile, tra i 15 e i 24 anni, pur scendendo resta al 35,4%) le imprese raccontino che a volte non riescono ad assumere. Incarichi temporanei o con contratti a tempo indeterminato, talvolta i primi che conducono poi ai secondi.

Il mondo metalmeccanico che sta vivendo mesi positivi (anche se bisogna prestare attenzione perché all’interno di un comparto convivono situazioni molto differenti), ha confessato in più di un’occasione questa difficoltà. Colpì la scelta di Ceratizit un paio d’anni fa: di fronte all’impossibilità di trovare operai specializzati, non fece ricorso ancora ad annunci o alla rete, bensì piazzò un cartellone fuori dall’azienda per attirare l’attenzione.

Una situazione peraltro condivisa con altri settori. E qui va fatta un’ulteriore precisazione. Si potrebbe dire che scuole e aziende non si incontrano: in molti casi, nel nostro Paese è così. Como però è un’eccezione e lo dimostrano le stesse statistiche e le storie di istituti che altrove sono colati o stanno colando a picco, mentre qui vivono una nuova giovinezza, come il Setificio.

In questo territorio il mondo delle aziende ha trovato la via del dialogo con la formazione in tempi non sospetti e soprattutto non sanciti da tutte le possibilità legislative che ci sono oggi.

L’ha fatto nei progetti e anche creando scuole in base alle proprie esigenze com’è accaduto - per citare un caso recente - con il Polo formativo del legno. Luoghi dove i ragazzi escono e trovano subito un impiego. Dove creano con le mani, ma devono anche masticare l’inglese. Dove i talenti e le possibilità si incontrano. E proprio incontro è la parola chiave.

Forse i tempi cambiano davvero così rapidamente che non ci si può fermare un istante. E forse la difficoltà maggiore resta l’incontro con le famiglie. Che possono ancora storcere il naso di fronte alla parola operaio e sognano tuttora i titoli più elevati di questa terra che però talvolta a terra conducono: ovvero a mettersi in coda in cerca in un posto che non c’è.

Incontro è la parola chiave, perché qualunque sia il problema - anzi i problemi - bisogna confrontarsi tutti insieme, come evidenzia il vicepresidente di Unindustria Antonio Pozzi, attento all’aspetto della formazione. Imprese, vertici scolastici, ragazzi, famiglie, insegnanti, gli stessi sindacati: al di là di tutte le norme e dei contratti, sul territorio si può fare la differenza.

Vale per i giovani, ma anche per i meno giovani: pensiamo al mirabile strumento del fondo di solidarietà realizzato dal Tavolo camerale per la competitività e gestito dalla Fondazione comasca, che permette ai disoccupati di riqualificarsi e lavorare ancora.

Tenendo però presente, passo dopo passo, che esiste il mestiere più bello del mondo: quello che si fa con passione e orgoglio, con la testa e con le mani. Più spesso ormai con le mani sapienti.

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