Frontalieri: la politica
comune dei bla bla

La puntata politica del giorno è il blocco dei ristorni. Una minaccia risuonata in Svizzera a un anno dall’ultimo tentativo in questo senso, tentativo andato a vuoto.

Ma c’è un altro film, anzi un reality che scorre in sordina sugli schermi ogni giorno: il mercato del lavoro in Ticino, che è documentato con precisione dall’Ufficio di statistica del Cantone. Un mercato cambiato costantemente e radicalmente in questi dieci anni per quanto riguarda il frontalierato.

Le cifre ci confermano con forza quello che già in parte si sapeva e che sta alimentando un malessere rivelato o cavalcato - a seconda dei punti di vista e forse entrambe le cose - con il referendum dello scorso febbraio, quello del sì a un freno all’immigrazione di massa.

Non più lavori umili o comunque nel solo ambito manifatturiero per i comaschi e gli altri frontalieri che varcano il confine ogni giorno: è la storia del mondo attraverso le epoche, dell’immigrazione da ogni luogo e in ciascuna direzione. É la stessa evoluzione dell’economia occidentale che accentua sempre di più il suo volto legato ai servizi, anche se la manifattura è tutt’altro che al tramonto: ha cambiato solo approccio nutrendosi (anche) di tecnologia e sta vivendo un momento di cauta rivincita di fronte agli uccelli del malaugurio di qualche anno fa.

Certo, in momenti delicati (per gli accordi in ballo con l’Italia e con l’Europa) i numeri possono assumere tutto un altro sapore. Il commercio è già stato terra di battaglia, con i giovani Udc ad esempio che a ridosso del voto di quest’anno erano andati a FoxTown con una lista di residenti ticinesi da privilegiare nelle assunzioni. Figurarsi quando lo sguardo nella statistica si sposta a settori con qualifiche più elevate a livello professionale.

È soltanto una questione di costi? Di convenienza economica? Difficile crederlo. Soprattutto, anche se la Svizzera resta un importante freno alla disoccupazione nel nostro territorio, non è che i comaschi in questo periodo siano in ginocchio a implorare le aziende ticinesi di assumerli come dirigenti o comunque in posizioni rilevanti: la necessità è reciproca e degli italiani vengono apprezzate le competenze. Lo dice il buon senso, lo conferma l’osservatorio rappresentato dai sindacati che si confrontano ogni giorno con i lavoratori e raccolgono la loro versione: si cerca, d’accordo, ma si viene cercati.

Il lavoro si incontra e supera il confine con facilità. Alla politica le frontiere invece possono fare comodo e non deve scandalizzare che i toni si alzino, passando pure attraverso proposte che sia il contingentamento dei frontalieri o il blocco dei ristorni.

Anche perché, nello stesso tempo, a volte sono gli stessi interlocutori a portare avanti progetti di collaborazione tra i due Paesi.

Ticino e Lario hanno impostato troppi, storici rapporti, dipendono l’uno dall’altro non perché obbligati, ma perché hanno saggiamente scelto da tempo di crescere insieme e di tracciare una strada che ne valorizzi gli elementi in comune e anche le differenze.

Che esistono, a partire a burocrazia e fisco. Ma nella mentalità in fondo, siamo vicini e anche simili, più di quanto talvolta si voglia ammettere. Persino nei toni della politica e nel suo esercizio preferito: il gioco delle parti.

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