Gli orologi segnano l’ora

del comune malcontento

Quello del sindaco è un mestiere infame. Tante rogne, poche gioie, nessuna comprensione. Solo un eroe può pensare di buttare cinque anni della propria vita in un tritacarne del genere. Bisogna combattere contro miriadi di problemi, nuovi e annosi, di nodi mai sciolti, di inefficienze talmente sedimentate da trasformarsi in retaggi ancestrali come le filastrocche della nonna: Ticosa, paratie, San Martino, Val Mulini, Borgovico, Tempio voltiano...

Eppure ogni sindaco si batte come un leone e sfida i marosi e offre il petto al fuoco micidiale della burocrazia, dei bandi, dei ricorsi al Tar, dei tranelli degli alleati, delle indagini della magistratura, del terremoto, delle inondazioni, delle cavallette. E lotta e si infervora e lancia il cuore oltre l’ostacolo. Eppure, ci sono casi di fronte ai quali anche un sindaco deve arrendersi. Anche un grande sindaco. Anche un grande sindaco attorniato da una giunta adesa, coesa e formidabile nulla può contro l’insormontabile dossier orologi.

La fredda cronaca. A Como ci sono trentatré orologi pubblici, alcuni di magnifica fattura e stimabile valore artistico, tra l’altro, ma ben ventinove di questi sono fermi. Da un anno. Roba forte. Notizia terribile, di quelle che nessuno di noi vorrebbe mai sentire e che mette a dura prova la tenuta del sistema.

La questione, come potrete ben capire, è intricatissima. Innanzitutto per la straordinaria complessità tecnica del problema. È noto a tutti che far ripartire un orologio fermo sia lavoro da scienziati, da professori, da premi Nobel, da tecnici aerospaziali della Nasa, impresa che poi, un giorno, viaggiando sul filo della memoria, si potrà raccontare ai nipotini nelle notti d’inverno davanti al camino: «Ora ascolta come quella volta il tuo nonno riuscì a far ripartire l’orologio…».

Non solo. Perché anche la cifra necessaria per affidare la manutenzione di tutti gli impianti cittadini ha dell’incredibile. Cinquemila euro. Un preventivo di spesa intollerabile. Dove trovare cinquemila euro all’anno? C’è il rischio di affossare il bilancio del Comune, di chiudere tutti gli asili nido, tagliare i servizi sociali, chiedere ai comaschi di togliersi il pane di bocca, di donare le fedi alla giunta. E, infine, l’impossibilità di trovare qualcuno che possa poi adempiere a questo ufficio, perché è impensabile che, con solo ottocento dipendenti, se ne possa rintracciare uno che esca dall’ufficio, salga su una scala e giri la rotella della carica. Un sovrappiù di lavoro davvero insostenibile. E poi chi li sente i sindacati del kolchoz di Palazzo Cernezzi?

In municipio, comunque, nonostante la drammaticità della situazione, non ci si fa prendere dal panico. È nei momenti decisivi, quelli in cui tutto sembra perduto, che si vedono i leader, i condottieri, gli statisti. E infatti da cinque giorni - da quando abbiamo sollevato questo piccolo, ridicolo, grottesco, italianissimo scandalo di superficialità e sciatteria, che continueremo a raccontare tutti i giorni: questa è una promessa - son tutti lì in sala giunta per vedere il da farsi. E pensano e ponzano e si grattano la pera e buttano giù piani quinquennali e spulciano bandi europei e compulsano commi, chiose, glosse e pandette, elaborano strategie ed è tutto un brulicare di idee, un serpeggiare di colpi di genio, un palpitare di scenari.

C’è chi - fresco reduce dai clamorosi successi dell’illuminazione in città, che a farsi un giro di sera a Lazzago sembra di essere a Fallujah - medita pensoso sulle sponde del Cosia, chi pare si sia prodotto in sceneggiate napoletane negli uffici mentre giura e stragiura che già da domani i solerti orologiai comunali saranno al lavoro, chi sta affannosamente cercando qualcuno che abbia fatto l’elettricista a Cuneo, chi riflette su quanto, ai tempi del conte zio, gli orologi fossero sempre in orario. E tutti assieme a ricordare che, insomma, anche questa è un’eredità ostensibile della nefasta e immonda giunta Lucini.

L’opposizione, da parte sua, è spietata. Il centrosinistra, con la consueta ferocia agonistica, non ha aspettato un secondo prima di andare all’assalto come un sol uomo. E, infatti, si è subito diviso. C’è chi dice che è colpa di quello, chi invece che è colpa di quell’altro, poi ce n’è uno che vede negli orologi rotti una sferzata alle politiche renziane, quello che invece li valuta come una metafora della crisi delle multinazionali e dei poteri forti e chi, ovviamente, sente puzza di servizi deviati con richiesta di convocazione di apposita commissione bicamerale. I grillini, infine, non mancheranno di scendere in piazza con lo scolapasta in testa per pretendere, al grido di “onestà! onestà!” e di “un orologio vale uno!”, che la casta la smetta di intascarsi i cinquemila euro per le manutenzioni.

Ora, in un paese normale, una scemenza come questa verrebbe risolta in dieci minuti: si chiama un orologiaio-elettricista o quello che è, gli si affida la riparazione, lo si paga e tanti saluti. Qui invece, nella repubblica dei datteri e nella città dei fenomeni, ci si dimentica (?) di affidare l’appalto, ci si disinteressa completamente della cura dell’arredo urbano - che, d’altronde, in una città turistica famosa nel mondo cosa vuoi che conti? - e poi, con quel tono da dottor Saputo, si catoneggia che non è la priorità, che ci sono altre urgenze e che ben altri, ovviamente, sono i problemi da affrontare.

E invece - a parte il fatto che nessuno dei ben altri problemi è stato neanche avviato a soluzione e che se trovate in giro un solo interlocutore qualificato che parli bene della giunta vi premiamo con un abbonamento al giornale - è proprio qui che casca l’asino. Ma come si può pensare che chi non riesce a risolvere il più banale e risibile dei disservizi possa cimentarsi con successo con quelli veri? Le parole volano, la luna di miele scema e non sarà certo un orologio rotto a impedire lo scorrere del tempo perduto in una città che di anni ne ha già buttati via quindici. Forse è arrivata l’ora di far suonare la sveglia.

d.minonzio@laprovincia.it

@Diegominonzio

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