Il poeta favoloso
e la nostra fragilità

C’è un giochino che da qualche tempo si è trasformato in un tormentone sui social media. Anzi, come dicono quelli che la sanno lunga, è diventato virale su Twitter.

Niente di sconvolgente, per carità, che lo si è già visto mille volte anche ai tempi della pergamena, della penna d’oca e del calamaio, ma stendere l’elenco dei dieci libri della vita, quelli che porteresti sulla famosa isola deserta, quelli che salveresti fuggendo dalla tua casa in fiamme, quelli che non venderesti neppure se ti mancassero i soldi per sfamare i tuoi figli, possiede una sorta di malìa seduttiva, di curiosità morbosa nell’andare a scegliere i tuoi titoli e nello sbirciare quelli degli altri alla quale è davvero difficile resistere.

Ma la lista è corta, troppo corta per contenerli tutti. E i russi e i francesi e i tedeschi e gli americani. E come si fa senza un Tolstoj e almeno un doppio Dostoevskij e un Cechov (il più grande di tutti…) e Flaubert e Balzac e quell’altro de “Il rosso e il nero”, ma vogliamo parlare di quello della “Montagna incantata” e poi tutti i figli della grande depressione e quelli sgorgati dal vitalismo e l’inarrivabile papà del “Grande Gatsby” e i greci e i latini e gli stoici e però c’è anche Borges e Dickens e la Yourcenar e la Woolf e la Mitteleuropa e bla bla bla… Diciamoci la verità. C’è da andare fuori di testa. E ne infili due e ne sfili solo uno e metti Dürrenmatt ma come fai a togliere Goethe ed è un inferno senza soluzione. E c’è anche un po’ di snobismo, per carità, un po’ di puzzetta sotto il naso, un po’ di guarda come me la tiro da intellettuale della magna Grecia, tipica di noi ex liceali con la nostra culturetta da canasta. Ma non solo quello, per fortuna.

E così, poi, alla fine, dopo mille pensieri, tanti di noi finiscono con il capire che di libri ne basta uno. Un libro solo. E che anzi di quel libro basta una pagina. Una pagina sola. E di quella pagina bastano cinque righe. Solo cinque righe. Quelle dove si narra che quel giorno era stato solenne e che ora lei dai divertimenti poteva prendere riposo e che forse, nei suoi sogni, avrebbe ricordato a quanti era piaciuta e quanti erano piaciuti a lei. Non lui, non già che osasse sperarlo, ricorreva nei suoi pensieri. Beh, c’è qualcosa d’altro da leggere?

Il clamoroso successo del film di Mario Martone dedicato alla vita di Leopardi - prodotto molto ambizioso e forse irrisolto, nonostante un Elio Germano bravo ma un po’ sopravvalutato e ancora gracile per un ruolo di così mostruosa difficoltà - ce lo conferma per l’ennesima volta. Nessuno, almeno in Italia, viste le frotte di ragazzi ed ex ragazzi che si affollano nelle sale dei cinema solitamente esangui, è più amato dell’autore de “La sera del dì di festa”. Nessuno. E c’è da scommettere che sia proprio quello il libro che la maggior parte di noi porterebbe ovunque con sé. Ed è facile capirne il motivo.

La domenica. La sera della domenica. La malinconia densa e opprimente del ciclo della settimana che si è appena concluso per dare subito il via a uno nuovo e poi a un altro e un altro e un altro ancora. La noia. L’insoddisfazione. Quel grano di polvere sotto le unghie che basta per farti cogliere il male di vivere. Il dolore. La voglia di essere qualcosa di diverso da quello che si è. L’indifferenza degli altri. Lui che si strugge e pensa a lei che dorme nelle sue chete stanze e non la morde alcuna preoccupazione, perché non sa né pensa che piaga gli ha aperto nel petto. Lui soffre e piange e si tormenta e lei dorme. Ed è da lì, da quell’abisso, che scaturisce la domanda disperata di tutti gli innamorati respinti: perché non mi ami? Lei o lui è lo stesso, naturalmente. Tutti sono passati sotto questo giogo almeno una volta nella vita e tutti ne hanno colto il peso insopportabile. E l’ingiustizia, lo scandalo che un genio assoluto, un cuore immenso, un animo sensibile, puro come nessuno abbia potuto perdere la testa e sanguinare per una cretina del calibro di Fanny Targioni Tozzetti. E da lì tutto si allarga. La vita non ha senso. La vita è solo sofferenza. La natura ti crea per farti soffrire. Madre. Matrigna. Seviziatrice. Stalker. E l’universo, intanto, ti guarda muto. Lune indifferenti. Cieli vuoti. Orizzonti irraggiungibili. Interminati spazi. Sovrumani silenzi. Profondissima quiete. Canti notturni di pastori erranti che per i sentieri si sentono allontanarsi morendo a poco a poco e che ora come allora ti stringono il cuore.

E ci sorprendiamo se tutti i liceali, gli ex liceali, i pseudo liceali e i futuri liceali si innamorino di uno così e si precipitino a leggere qualsiasi sua cosa e anche a vedere un film che ne racconta la vita? Che c’è di più universale di quell’anima, di più adolescenziale nel suo senso più nobile e struggente e che non passa mai, perché quel dolore lì che ti sorprende a vent’anni continua a pungerti pure dopo, quando la memoria ha ormai lungo e la speranza breve il corso? Che c’è di più pedagogico? Nessuno, ai tempi della scuola, rende più indifesi e inermi e compassionevoli di Leopardi. Non Foscolo, così eroico ma pure un po’ trombone con le sue Parche e le sue Pimplee e le sue Idee, non Alfieri, figurarsi, non l’odiatissimo Manzoni, genio maltrat tato da decenni di scuola patria e bacchettona quasi quanto Verga e De Roberto, ma neanche tutti gli altri, Montale e Svevo compresi. Non ci sono difese con lui, perché lui toglie tutte le illusioni, svela tutti gli incanti, fa emergere i sentimenti più profondi delle anime più fragili. E, infine, colpo da maestro, nessuno più di un ateo integrale come lui avvicina al mistero della fede.

È anche per questo che l’edizione Loescher dei “Canti” a cura di Mario Fubini ed Emilio Bigi, prima edizione 1964, seconda edizione1971, acquistata nel settembre 1983 per 9.100 lire, mezza scollata e con la metrica segnata a matita è nell’angolo più prezioso della casa di chi scrive questo pezzo e tutto il resto della sua biblioteca, al confronto, non conta un bel niente.

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@DiegoMinonzio

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