Le beghe di partito
logorano il governo

Il tandem Letta-Alfano non deve essere contento di sapere che sta correndo su un percorso molto accidentato. Le due gambe principali della coalizione, Pd e Pdl, non sono infatti un modello di stabilità. Basti pensare a ciò che premier e vicepremier hanno dovuto affrontare di ritorno dalla missione a Lampedusa insieme al presidente della commissione Ue Josè Manuel Barroso: democratici alle prese con la raccolta di firme per la candidatura di Renzi alla segreteria in competizione con Gianni Cuperlo ; lealisti berlusconiani che invocano l’azzeramento delle cariche nel Pdl in funzione anti-Alfano e, anche qui, un veloce congresso sotto la regia del Cavaliere. Potrebbero sembrare normali polemiche partitiche, ma non è proprio così.

Stavolta dietro alle due battaglie, quella nel Pd e quella nel Pdl, c’è in gioco il destino stesso della legislatura e il futuro del governo del Presidente che dovrebbe portare il nostro Paese a scavalcare il semestre di presidenza italiano della Ue. Inutile nascondersi che le larghe intese vanno strette ad aree non secondarie di entrambi i partiti. Certamente non sono il progetto di Matteo Renzi e della sua vocazione maggioritaria del Pd, ma nemmeno dei lealisti berlusconiani, riuniti attorno a Raffaele Fitto, che avrebbero preferito andare allo scontro con gli alleati-coltelli piuttosto che acconciarsi a votare la fiducia al duo Letta-Alfano.

Per sfuggire a questa tenaglia premier e vicepremier hanno una sola possibilità: far parlare i fatti. Letta vuole giocarsi le carte più importanti sulla legge di stabilità e sul taglio del cuneo fiscale; Alfano sulla conferma della cancellazione dell’Imu, sulla ripresa degli investimenti e anche sulla riforma della giustizia. Ma mentre il premier per ora può contare sul sostegno compatto del partito, in attesa di vedere come finirà la corsa alla segreteria, il suo vice ha il problema di una contestazione interna che non si placa. Il silenzio di Berlusconi sulla vicenda è quantomeno ambiguo. Alfano assicura che i vincoli di affetto nei suoi confronti non sono mai venuti meno: si rende conto di non poter fare a meno del brand del Cavaliere e allo stesso tempo deve tenere unita una galassia di parlamentari che non accettano con ogni evidenza la sua leadership.

La partita si giocherà sui risultati che l’esecutivo sarà in grado di ottenere. Ma sullo sfondo ci sono anche altre questioni. La riforma della giustizia invocata dal capo dello Stato è uno dei temi caldi che tradizionalmente divide destra e sinistra e su questo terreno l’intesa sembra ancora lontana. Beppe Grillo ha attaccato nuovamente il presidente della Repubblica accusandolo di ignorare il progetto di riforma carceraria presentata dal M5S ad agosto: progetto che comporterebbe a suo dire spese minori e ventimila posti in più nelle carceri senza dover ricorrere ad amnistia ed indulto. Il fatto che su un eventuale provvedimento di clemenza Pd e Pdl siano riusciti a circoscrivere le polemiche interne è già un mezzo miracolo: ma certo su tutto grava il destino di Berlusconi e la pressione perché l’amnistia non lo interessi comunque.

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