Quando i ladri

erano artisti

l a domenica pomeriggio di quarantadue anni fa, una musichetta dal vago sentore Belle époque usciva dal televisore in bianco e nero sintonizzato sul secondo programma nazionale. A vederla con gli occhi di oggi, e non con quelli del bambino di allora, la sigla animata somigliava un poco a quella del Crazy Horse, donnine in silhouette con boa di struzzo e lunghe collane, certo meno esplicite ma certamente portatrici del sottile erotismo “fabriqué en France”.

Poi arrivava lui, il protagonista, in giacca bianca a righe nere, un panama e l’ascot
a fasciare il collo, il fido autista e maggiordomo Grognard pronto a intervenire, magari per sbrogliare delicate questioni galanti. Arsenio Lupin, nato dalla penna di Maurice Leblanc, aveva il volto e lo charme di un grande attore della Comédie française, Georges Descrières, scomparso in questi giorni a 83 anni, dopo una lunga malattia, e portava nelle case avventure fuori del tempo, un mondo fatto di automobili che partivano girando una manovella, donne irraggiungibili, case fastose da ripulire e un commissario, il baffuto Guerchard, sempre sconfitto ma che in fondo stimava l’intelligenza del suo inafferrabile avversario.

La voce del doppiatore italiano di Descrières, Sergio Graziani, vellutata e suadente, contribuiva a rendere irresistibile il personaggio, e ogni sua malefatta era messa in secondo piano dalla simpatia per il ladro gentiluomo, maestro del travestimento e della truffa, un Robin Hood del Novecento, che toglieva a ricchi antipatici soltanto per amore del bello e del successo di piani studiati con somma intelligenza.

Come accade per le stagioni che non ci sono più, anche i ladri dai modi principeschi e il sorriso malandrino appartengono al nostro immaginario più remoto, ché oggi anche il furto con destrezza è scaduto di livello e diventato banale e sordido.

Ripensando a quelle meravigliose serie televisive e all’abilità funambolica di Arsène, viene in mente un altro ladro affascinante, stavolta esistito per davvero, che Piero Chiara raccontò in “Onor di furfante”, il Prezioso Bonalumi, maestro anche per lui di vita e memorie, capace in trent’anni di carriera di finire in galera soltanto per tre, un dieci per cento secco di pena da scontare prima del ritiro a Luino, a fine corsa. Ladri simpatici, con cui si chiacchierava al caffè, ascoltandone a bocca aperta i racconti leggendari, parte di una malavita ancora artigianale e per questo intrigante, non inquinata dall’uso delle armi e della droga, sostenuta invece da un “codice d’onore” che non prevedeva violenza, ma soltanto astuzia, abilità manuale e affabulatoria.

Ladri milanesi della “ligèra”, che il Bonalumi capeggiava e d’estate passavano le vacanze a Luino, come tranquilli impiegati in ferie, capaci però di sfilare portafogli e svaligiare appartamenti silenziosi come gatti e impalpabili come ombre.

Ladri a modo loro riparatori di torti e, come Lupin, maestri di una certa poesia del vivere, invidiata e possibile anche a latitudini non percorse dalla schematica moralità quotidiana.

Oggi i ladri sono i rapinatori che entrano in una gioielleria e ammazzano di botte la proprietaria per pochi euro. Come è successo a Saronno e come accadrà ancora.

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