Quei geni idioti
davanti alla morte

Qualche settimana fa ha fatto scalpore una polemica feroce tra Mark Zuckerberg ed Elon Musk. Il primo, padrone della più grande rete di social network del mondo, ha contestato al secondo, genio tecnologico delle auto elettriche, della guida autonoma e delle sfide spaziali, una visione troppo pessimistica sull’espandersi dell’intelligenza artificiale, destinata a sfuggirci di mano, con la distruzione del pianeta e il sopravvento dei robot sull’uomo.

Secondo Zuckerberg, «Musk è sempre negativo, disegna sempre scenari apocalittici. È da irresponsabili». Urticante la risposta, naturalmente via Twitter, di Musk: «Ho parlato a lungo di questo con Zuckerberg. Ma Mark di intelligenza artificiale sa poco». Non ha gli strumenti. È un ignorante. Un bambino alla guida di una Lamborghini Diablo. Un infante con in mano il pulsante della bomba finedimondo.

Ora, è vero che qui siamo alla sfida tra galli del pollaio, dietro la quale alligna un dissidio di personalità, uno iato psicologico un po’ come quello dei tempi d’oro tra Bill Gates e Steve Jobs.

Ma c’è dell’altro. Qualcosa di più profondo, soprattutto per chi considera l’aforisma di Musk molto vicino al vero, che porta con sé un interrogativo drammatico. E se, putacaso, i geni della Silicon Valley fossero una banda di somari? Gente che non sa niente, non ha letto niente e che sta stravolgendo il mondo senza avere la minima idea di quello che succederà dopo? L’interrogativo si è rivelato ancora più incalzante dopo aver letto del boom tra i tycoon dell’eden digitale della parabiosi, una tecnica che alla modica cifra di ottomila dollari a seduta prevede la trasfusione di plasma prelevato da ragazzi tra i 16 e i 25 anni in soggetti che abbiamo passato i 35. I risultati di questa operazione vampiresca sarebbero straordinari e avvierebbero un evidente processo di stasi dell’invecchiamento e addirittura di ringiovanimento. Al momento, non ci sono conferme scientifiche, ma tant’è. L’unica cosa chiara è che i Leonardo da Vinci del nuovo millennio coltivano il sogno dell’immortalità.

Niente di nuovo, in verità, con la piccola differenza che mentre in passato, dai miti greci fino a Blade Runner, se ne è favoleggiato attraverso una qualche dozzina di capolavori, ora ci sarebbero le competenze tecniche per realizzarla sul serio. Tanto è vero che il cofondatore di Oracle, Larry Ellison, ha detto di rifiutarsi di considerare la propria mortalità, visto che «la sola idea mi risulta incomprensibile», il cofondatore di Paypal e consigliere di Trump, Peter Thiel, lo considera «un problema da risolvere» e punta come minimo a vivere 120 anni, i fondatori di Google, Larry Page e Sergey Brin, hanno l’obiettivo «di curare la morte», mentre Zuckerberg, per finire in bellezza, ha già donato tre miliardi di dollari per «curare tutte le malattie» entro la fine del secolo. Quando, si suppone, lui sarà ancora vivo.

Lasciamo perdere tutti i complicatissimi dettagli tecnici, medici e biologici. Quello che qui importa è solo il livello culturale, filosofico, esistenziale. Bene, uno che ragiona in questo modo è un idiota. E il fatto che non sbevazzi in una fiaschetteria mentre straparla sulla Var, sui politici che qui è tutto un magna magna e sulla gente che è stufa dei negri, ma che appartenga invece all’èlite che sta ridisegnando la civiltà, è una cosa che lascia senza parole. Naturalmente, qui nessuno mette in dubbio il talento mostruoso, sconvolgente, la capacità profondissima di questi visionari di intuire il mondo nuovo dentro le pieghe di quello vecchio, tanto da aver stravolto in una decina di anni non solo l’economia e la comunicazione, ma addirittura la struttura mentale, psicologica degli esseri umani, che reggeva da secoli se non da millenni. Un’operazione prometeica, faustiana, appunto. Una palingenesi senza precedenti. Quindi nessuna querimonia: questi sono dei geni.

Però dietro quel genio sembra esserci il nulla. Perché se arrivi alla conclusione di non considerare la tua mortalità e se credi davvero di curare la morte, vuol dire che non hai capito nulla di niente, anche se sei assiso su una scalinata di miliardi e se hai in mano i destini dell’umanità come mai nessuno prima.

Ma questi hanno mai letto una pagina di Tolstoj, di Pascal, di Omero o del Vangelo o del Corano o di Socrate o del Frankenstein o del Dorian Gray o di quello che volete voi? E non c’è neppure bisogno di aver letto o visto alcunché. Come può sfuggire, a una persona intelligente, il quesito eterno, irrisolvibile, come non cogliere ad ogni giro di orologio la danza della vita e della morte che governa tutte le esistenze e senza la quale nulla ha più senso, perché la morte determina la vita e la vita è insensata senza il suo limite? Come si fa a essere così superficiali, così arroganti, così caproni da non avere il minimo senso di cosa sia l’uomo, da quali sentimenti sia pervaso, quali paure, quali misteri mentre cammina sul ciglio del burrone? Cosa c’è lì sotto? Cosa c’è dietro l’angolo? Chi ci ha gettato nell’esistenza? E perché? Perché l’infinitamente piccolo ci terrorizza, così come l’infinitamente grande? Perché uno non passa la prima notte e un altro campa cent’anni? Come fanno questi qui a non porsi gli interrogativi che tutti si pongono e soprattutto come fanno a rispondere in maniera così sciocca, così infantile, così patetica? Perché non c’è nulla di più ridicolo del darsi come programma di vita l’abolizione della morte. Se togli il mistero, l’umanità non esiste più.

I guru dei social e dell’intelligenza digitale dovrebbero darci risposte su come riempire di significati e di passioni e di opportunità e di giustizia le vite che abbiamo, fino a quando ce le abbiamo, non tanto allungarle all’infinito, tra trasfusioni, chirurgie plastiche e cateteri, se restano prive di senso. Perché se la prospettiva è campare fino a duecento anni cliccando come delle scimmie ammaestrate e incartapecorite su Facebook e Twitter, allora no, grazie. Preferiamo morire.

d.minonzio@laprovincia.it

@Diegominonzio

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